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S.Messe (settimana)
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Le letture che la liturgia di questa domenica ci propone, hanno come tema l’amore senza misura verso tutti e nonostante tutto. L’amore per i nemici così umanamente difficile, sgorga dalla paternità universale di Dio e si deve concretizzare nei gesti della nostra vita quotidiana e nel nostro comportamento.
Nella prima lettura, tratta dal libro di Samuele leggiamo che Davide rinunzia a vendicarsi di Saul, che pure cercava di farlo morire. Davide preferisce rimettere a Dio, che è fedele con chi compie il bene, ogni giudizio.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, stabilisce un confronto tra Cristo e Adamo. Il primo Adamo, dà origine a una discendenza terrena e mortale, l’ultimo Adamo, cioè Cristo, è capostipite di una nuova umanità, redenta dal peccato e dalla morte.
Il Vangelo di Luca ci presenta le prime parole del “Discorso della Pianura” (simile al “Discorso della montagna” dell’evangelista Matteo), che insistono sulla legge della carità, amore per i nemici, aiuto scambievole, perdono delle offese. Gesù spazza via tutti i limiti e ci chiede di far saltare l’ingranaggio dei conflitti e degli odi. L’amore gratuito è senza frontiere, come quello di Dio e di Gesù, che sulla croce ce ne ha dato l’esempio.
Dal 21 al 23 febbraio si celebra il Giubileo dei Diaconi

Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif.
Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte, ed ecco Saul dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisài disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». Ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?».
Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore.
Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era una grande distanza tra loro. E Davide gridò: «Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore.
1 Sam 26,2.7-9.12-13.22.23

Il Libro di Samuele, diviso in due parti solo perchè era troppo lungo (31 capitoli il primo e 24 capitoli il secondo) nella traduzione greca detta dei settanta (LXX) furono uniti ai due libri dei Re, e tutti e quattro furono chiamati “libri dei Regni”.
Sono stati scritti in ebraico e secondo molti studiosi, la loro redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte.
Sia i libri di Samuele che quelli dei Re hanno come unico progetto, quello di tratteggiare la vicenda storica di Israele dalla fine dell'epoca dei Giudici fino alla fine della monarchia con l'invasione babilonese di Nabucodonosor: un arco di tempo che comprende ben sei secoli.
Il primo libro, da cui questo brano viene tratto, descrive l'abbandono dell'ordinamento giuridico dei Giudici, con cui spesso le tribù si governavano in modo indipendente l'una dall'altra, e la storia di due personaggi: il profeta Samuele e Saul, il primo re d’Israele ma anche l’ingresso nella narrazione di quello che sarà il re più importante del Regno a cui è dedicato tutto il secondo libro di Samuele: Davide.
In questo brano, ci viene narrato un episodio della vita di Davide , che spiega bene il pensiero centrale del Vangelo: l’amore dei nemici, manifestato nel perdono.
“Saul si era mosso, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif.”
Davide, perseguitato a morte dall'invidioso re Saul, insieme ad Abisai (suo nipote) «scesero tra quella gente di notte», ed arrivarono sino alla tenda di Saul che “dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno”.
Davide, consigliato da Abisai, avrebbe avuto la possibilità di uccidere Saul ma non lo fa perchè vede nel re il rappresentante di Dio, il Suo consacrato. Dice infatti al fedele Abisai “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”.
Davide si limita a prendere degli oggetti (la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul) per poter poi dimostrazione di essere stato lì e della possibilità che aveva avuto di ucciderlo. Infatti dopo che era a debita distanza di sicurezza da Saul gridò “Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”
Davide pur avendo tra le mani il suo avversario preferisce in quel modo rimettere a Dio, che è fedele con chi compie il bene, ogni giudizio.
La generosità di Davide, braccato, nomade e fuggiasco, fa brillare ancora di più il suo valore di modello per ogni ebreo: come il grande re è stato generoso così anche tu devi essere pieno di misericordia, così infatti è scritto: «Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore».
1Sam 26,23

Salmo 102 - Il Signore è buono e grande nell’amore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Come dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

La critica è incline a datare la composizione di questo salmo nel tardo postesilio.
Il salmista esorta se stesso a benedire il Signore, e a non “dimenticare tutti i suoi benefici”. Questo ricordare è importantissimo nei momenti dolorosi per non cadere nello scoraggiamento e al contrario stabilirsi in una grande fiducia in Dio. Il salmista non presenta grandi tormenti storici della nazione; pare di poter indovinare normalità di vita attorno a lui. Egli si presenta a Dio come colpevole di numerose mancanze, ma ha sperimentato la misericordia di Dio, che lo ha salvato da angosce e anche probabilmente da una malattia grave: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità; salva dalla fossa la tua vita”.
Il salmista non cessa di celebrare la bontà, la giustizia di Dio, e prova una grande dolcezza nel fare questo: una dolcezza pacificante: “Ti circonda di bontà e di misericordia”.
Il salmista, fedele all'alleanza, loda Dio per la legge data per mezzo di Mosè: “Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d'Israele ”. Ma Dio non ha dato a Mosè solo la legge, ha anche dato l'annuncio del Cristo futuro, dal quale abbiamo la grazia e la verità (Cf. Gv 1,17). La misericordia di Dio celebrata dal salmista si è manifestata per mezzo di Gesù Cristo.
Il salmista si sente sicuro, compreso da Dio, che agisce sul suo popolo con la premura di un padre verso i figli. Un padre che “ricorda che noi siamo polvere”, e che perciò pur rilevando le colpe è pronto a perdonare pienamente: “Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno”.
L'alleanza osservata è fonte di bene, di unione con Dio. Egli effonde “la sua giustizia”, cioè la sua protezione dal male, sui “figli dei figli”.
Il salmista pieno di gioia conclude invitando tutti gli angeli a benedire Dio. Gli angeli non hanno bisogno di essere esortati a benedire Dio, ma certo possono essere invitati a rafforzare il nostro benedire Dio. Per una lode universale sono invitate a benedire Dio tutte le cose create (Cf. Ps 18,1s): “Benedite il Signore, voi tutte opere sue”.
Commento tratto da Perfetta Letizia i

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti.
E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.
1Cor 15, 45-49

Continuando la sua 1^ lettera ai Corinzi, nel capitolo 15, che abbiamo iniziato domenica scorsa, San Paolo in questo brano cerca di fissare un confronto tra Cristo e Adamo che da primo uomo ha dato origine ad una discendenza terrena e mortale, mentre l’ultimo Adamo, cioè Cristo, è capostipite di una nuova umanità.
Con il primo versetto fa una citazione partendo dalla Genesi:
“il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente” cioè un essere dotato, per la sua psyche, di una vita puramente naturale, e sottoposto alle leggi del deperimento e della corruzione.
“ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita”.
In Cristo è stato raggiunto l'ideale umano più alto. In lui domina lo spirito potente ed immortale, che si comunica anche al corpo, perciò è “spirito datore di vita” non solo per se stesso, come lo ha mostrato nella Sua risurrezione, ma lo è per coloro che sono a Lui uniti e che saranno da Lui risuscitati
“Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale”.
secondo la legge che si osserva nelle opere di Dio, ciò che è meno perfetto precede quello che è più perfetto
“Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo.”
Il secondo uomo, cioè Gesù, è nato sì su questa terra, ed è vissuto ed è morto con un corpo terrestre, ma Egli è risorto, è salito alla destra di Dio e verrà ancora nella sua gloria, per trasfigurare il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso (Fil 3,21)
“Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.“
Mediante la nostra solidarietà con Adamo noi abbiamo ereditato la corruzione, ma per mezzo della nostra solidarietà con Cristo noi avremo la nostra vita indefettibile. Egli è ora l’uomo celeste e questo è il nostro destino: saremo come Lui, risorgeremo come Lui.
Nella lettera ai Romani Paolo lo ribadisce ancora” Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” Rm6,5

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona,pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con a quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Lc 6, 26-38

Questo brano che la liturgia ci presenta è la seconda parte del “Discorso della Pianura”. Nella prima parte che abbiamo visto la domenica scorsa, Gesù si rivolge ai discepoli, in questa seconda parte, si rivolge “A voi che ascoltate “, cioè a quella moltitudine immensa di poveri e di malati, venuta da tutte le parti.
Le parole che rivolge a questa gente ed a tutti noi oggi sono esigenti e difficili, il suo è un lungo e ininterrotto canto di amore e di perdono:
“amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano,benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. Il vero cristiano deve racchiudere in questo desiderio di bene tutti gli uomini giungendo anche ad un confine difficile da superare , quello dei nemici. Deve sempre ricordare che questo è l’atteggiamento di Dio che, come dice il salmo 102 “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, “ in Dio la giustizia è vinta dall’amore. I versi seguenti aiutano a capire ciò che Gesù vuole insegnare.
”E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”.
E’ la famosa Regola d’Oro per cercare di imitare Dio. E’ una regola questa che, se messa in pratica, basterebbe da sola a cambiare il volto della famiglia, della comunità e della società in cui viviamo. L’Antico Testamento, il libro di Tobia, la conosceva nella forma negativa “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”(4,15). Gesù questo principio lo amplia sino al’infinito, lo estende anche sui nemici caricandolo di una forza inaudita e lo fa perchè vuole cambiare il sistema. La novità che vuole costruire viene dalla nuova esperienza di Dio Padre pieno di tenerezza che accoglie tutti! Le parole di minaccia contro i ricchi non possono essere occasione di vendetta da parte dei poveri perchè è Gesù che esige l’atteggiamento contrario.
“Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. L’amore non può dipendere da ciò che si riceve dall’altro. L’amore vero deve volere il bene dell’altro, indipendentemente da ciò che l’altro fa per me. L’amore deve essere creativo, poiché così è l’amore di Dio per noi.
“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Matteo dice la stessa cosa con altre parole: “Siate perfetti come il Padre dei cieli è perfetto” (Mt 5,48). Mai nessuno potrà arrivare a dire: "Oggi sono stato perfetto come il Padre del cielo è perfetto! Sono stato misericordioso come il Padre dei cieli è misericordioso”. Staremo sempre al di sotto della misura che Gesù ha posto dinanzi a noi.
“Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona,pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Sono quattro consigli: due in forma negativa: non condannare; e due in forma positiva: perdonare e dare in misura abbondante. Quando dice “e vi sarà dato”, Gesù allude al trattamento che Dio vuole avere con noi. Ma quando il nostro modo di trattare gli altri è meschino, Dio non può usare con noi la misura abbondante e straboccante che vorrebbe usare.

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Le Parole di Papa Francesco

'Nel Vangelo della Liturgia odierna Gesù dà ai discepoli alcune indicazioni fondamentali di vita. Il Signore si riferisce alle situazioni più difficili, quelle che costituiscono per noi il banco di prova, quelle che ci mettono di fronte a chi ci è nemico e ostile, a chi cerca sempre di farci del male. In questi casi il discepolo di Gesù è chiamato a non cedere all’istinto e all’odio, ma ad andare oltre, molto oltre. Andare oltre l’istinto, andare oltre l’odio. Gesù dice: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» . E ancora più concreto: «A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra». Quando noi sentiamo questo, ci sembra che il Signore chieda l’impossibile. E poi, perché amare i nemici? Se non si reagisce ai prepotenti, ogni sopruso ha via libera, e questo non è giusto. Ma è proprio così? Davvero il Signore ci chiede cose impossibili, anzi ingiuste? È così?
Consideriamo anzitutto quel senso di ingiustizia che avvertiamo nel “porgi l’altra guancia”. E pensiamo a Gesù. Durante la passione, nel suo ingiusto processo davanti al sommo sacerdote, a un certo punto riceve uno schiaffo da una delle guardie. E Lui come si comporta? Non lo insulta, no, dice alla guardia: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). Chiede conto del male ricevuto. Porgere l’altra guancia non significa subire in silenzio, cedere all’ingiustizia. Gesù con la sua domanda denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira, senza violenza, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma disinnescare il rancore, questo è importante: spegnere insieme l’odio e l’ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole. Non è facile questo, ma Gesù lo ha fatto e ci dice di farlo anche noi. Questo è porgere l’altra guancia: la mitezza di Gesù è una risposta più forte della percossa che ha ricevuto. Porgere l’altra guancia non è il ripiego del perdente, ma l’azione di chi ha una forza interiore più grande. Porgere l’altra guancia è vincere il male con il bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l’assurdità del suo odio. E questo atteggiamento, questo porgere l’altra guancia, non è dettato dal calcolo o dall’odio, ma dall’amore.
Cari fratelli e sorelle, è l’amore gratuito e immeritato che riceviamo da Gesù a generare nel cuore un modo di fare simile al suo, che rifiuta ogni vendetta. Noi siamo abituati alle vendette: “Mi hai fatto questo, io ti farò quell’altro”, o a custodire nel cuore questo rancore, rancore che fa male, distrugge la persona.
Veniamo all’altra obiezione: è possibile che una persona giunga ad amare i propri nemici? Se dipendesse solo da noi, sarebbe impossibile. Ma ricordiamoci che, quando il Signore chiede qualcosa, vuole donarla. Mai il Signore ci chiede qualcosa che Lui non ci dà prima. Quando mi dice di amare i nemici, vuole darmi la capacità di farlo. Senza quella capacità noi non potremmo, ma Lui ti dice “ama il nemico” e ti dà la capacità di amare. Sant’Agostino pregava così – ascoltate che bella preghiera questa –: Signore, «dammi ciò che chiedi e chiedimi ciò che vuoi» (Confessioni, X, 29.40), perché me lo hai dato prima. Che cosa chiedergli? Che cosa Dio è contento di donarci? La forza di amare, che non è una cosa, ma è lo Spirito Santo. La forza di amare è lo Spirito Santo, e con lo Spirito di Gesù possiamo rispondere al male con il bene, possiamo amare chi ci fa del male. Così fanno i cristiani. Com’è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra! È molto triste.
E noi, proviamo a vivere gli inviti di Gesù? Pensiamo a una persona che ci ha fatto del male. Ognuno pensi a una persona. È comune che abbiamo subito il male da qualcuno, pensiamo a quella persona. Forse c’è del rancore dentro di noi. Allora, a questo rancore affianchiamo l’immagine di Gesù, mite, durante il processo, dopo lo schiaffo. E poi chiediamo allo Spirito Santo di agire nel nostro cuore. Infine preghiamo per quella persona: pregare per chi ci ha fatto del male (cfr Lc 6,28). Noi, quando ci hanno fatto qualcosa di male, andiamo subito a raccontare agli altri e ci sentiamo vittime. Fermiamoci, e preghiamo il Signore per quella persona, che l’aiuti, e così viene meno questo sentimento di rancore. Pregare per chi ci ha trattato male è la prima cosa per trasformare il male in bene. La preghiera.
La Vergine Maria ci aiuti a essere operatori di pace verso tutti, soprattutto verso chi ci è ostile e non ci piace.'


Papa Francesco Parte dell’Angelus del 20 febbraio 2022

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci portano ad interrogarci su dove si fonda la nostra speranza, proponendoci due modi opposti di impostare la vita: possiamo confidare in noi stessi (e questo lo possiamo vedere nella prima lettura), condannandoci però ad una vita sterile; oppure possiamo riporre la nostra fiducia in Dio per essere come un albero che non smette di produrre frutti.
Nella prima lettura, il Profeta Geremia, ci invita ad avere più confidenza nelle cose divine che in quelle umane. Confidare nel Signore vuol dire ascoltare la Sua parola e farne regola della nostra vita. .
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, ci dice che la risurrezione di Cristo è la garanzia della risurrezione di tutti gli uomini. e afferma che “se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede! ”
Nel Vangelo di Luca troviamo la celebre pagina evangelica delle Beatitudini, che ci parlano di una felicità che è generata dalla nostra relazione con Dio. Il messaggio delle Beatitudini è un appello sintetico e radicale rivolto a coloro che hanno già fatto la prima scelta per Gesù e per il Regno e che ora devono impostare la loro esistenza di creature nuove.
Dal 15 al 18 febbraio si celebra il Giubileo degli Artisti

Dal libro del profeta Geremìa
Così dice il Signore:
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.
Ger 17,5-8

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene però accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico.
In questo brano di stile sapienziale, Geremia invita ad avere più confidenza nelle cose divine che in quelle umane ed usa parole alquanto forti che colpiscono: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto,in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.” Geremia fa un quadro molto eloquente: parla di calura e di siccità, cita il tamarisco , che è un arbusto sterile e di nessun valore che cresce in luoghi aridi e da lui non sboccia nulla di buono.
Poi passa a descrivere il lato positivo dell’uomo che confida nel Signore, che trova eco nel salmo 1
Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena,non smette di produrre frutti.
Viene descritto l'effetto delle opere compiute con giustizia e con fiducia nel Signore. Per questo la benedizione dell'uomo che confida nel Signore viene opposta alla maledizione di chi si fida solo dell’ uomo e si allontana dalla via del Signore. Sottolinea in particolare il fatto che "confidare nel Signore" significa non solo mettere in pratica i suoi comandamenti, ma anche trovare in Lui la fonte di quell'acqua fresca e permanente che gli permette di "portare frutti" in qualsiasi stagione della vita. La persona che agisce in questo modo, allora, trova nella Legge del Signore anche la fonte di gioia, e non può fare a meno di meditarla, giorno e notte affidandosi pienamente a Colui che veglia sul suo cammino.
Per mettere in pratica noi oggi questo concetto dobbiamo cercare di capire cosa significa vivere, come dice Geremia, riponendo la fiducia nell’uomo, e cosa significa invece vivere per il regno di Dio riponendo la fiducia solo in Lui.

Salmo 1,1,4-6 Beato l’uomo che confida nel Signore

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

Il salterio comincia con un salmo che presenta la beatitudine di chi rimane fermo nella meditazione della legge e la mette in pratica. Ancorato all’osservanza della Parola di Dio, non si perde il vero credente ad ascoltare il consiglio degli empi, poiché la Parola è luce ai suoi passi. Egli medita la legge giorno e notte per poter affrontare le varie vicende della vita con rettitudine. La meditazione della Parola lo rende fecondo, al riparo dall’arsura e dai venti tempestosi delle prove. Gli empi, che sono coloro che fanno ostacolo con la loro sufficienza alla Parola, non avranno argomenti davanti al giudizio di Dio, e quali colpevoli verranno dispersi finiranno nella tomba della storia. Per quanto vorranno radicarsi all’interno dell’assemblea dei giusti per potere illudere gli inesperti della Parola, andranno ugualmente in rovina davanti al giudizio di Dio, poiché Dio nessuno lo può ingannare.
E’ un salmo che dona pace, invito alla perseveranza. Non andrà deluso chi medita la legge d’amore nella quale si riflette Dio, che è Amore. E la legge è stata portata a compimento da Cristo; e di più la nuova legge, che perfeziona l’antica, si trova in Cristo, nella sua vita, nei suoi gesti, nelle sue parole. Meditare la legge giorno e notte è meditare quanto ha fatto, detto Cristo; è desiderio di vivere Cristo nell’imitazione di lui. Chi medita Cristo di fronte ad un’azione da compiere non si pone precisamente la domanda: “Cosa farebbe Cristo”, quasi che considerasse Cristo essendo “esterno” a Cristo, ma trova la sua risposta da quello che ha fatto e detto Cristo, poiché egli è “in Cristo”. In lui c’è ogni luce e tesoro di sapienza su come essere graditi al Padre e su come essere aperti nella carità ai fratelli.
Meditare giorno e notte la legge non è opera di giurista, ma è l’opera d’amore che avviene nella comunione con Cristo
Commento tratto da Perfetta Letizia

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?
Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.
Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.
Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
1Cor15,12.16-20

Continuando la sua 1^ lettera ai Corinzi, nel capitolo 15, che abbiamo iniziato domenica scorsa, San Paolo in questo brano afferma che negare la risurrezione dei morti implica la negazione della risurrezione di Cristo e della veracità della testimonianza apostolica.
Il brano inizia con una domanda: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?”
La cultura greca aveva molte difficoltà ad ammettere la possibilità della risurrezione, ma anche fra i cristiani l’argomento della risurrezione incontrò molte difficoltà per superare i pregiudizi esistenti.
I membri del sinedrio di Gerusalemme condannavano e perseguitavano il messaggio cristiano e alcuni ateniesi all’areopàgo quando sentirono parlare di risurrezione di morti, avevano deriso Paolo. In tutti i tempi la superficiale ragione umana ,che misura la sapienza e la potenza di Dio alla propria stregua, ha sollevato le stesse obbiezioni contro alla dottrina della risurrezione dei corpi. Qui Paolo fa notare a quei cristiani che si lasciavano travolgere dall'incredulità del mondo, come la negazione della risurrezione in genere sia in contraddizione col fatto ben costatato della risurrezione di Cristo.
“Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;”
È probabile che i sostenitori di questa teoria non si rendessero ben conto delle gravi conseguenze che ne sarebbero derivate, ecco perchè Paolo inizia con una supposizione molto forte.
“ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.”
L'Apostolo adopera parole diverse per indicare la vanità della fede cristiana qualora non fosse risorto Cristo, la fede cristiana sarebbe senza fondamento e poggerebbe sul vuoto. Ma soprattutto sarebbe anche vana, in quanto non potrebbe condurre ad alcuno dei risultati promessi. Se Cristo non fosse risuscitato non avremmo più certezza alcuna che Dio abbia gradito il suo sacrificio quale espiazione dei nostri peccati e la tomba di Gesù rimasta chiusa starebbe ad indicare che anche Lui è rimasto preda della morte. Tolta dunque la risurrezione, crollerebbe la giustificazione dei peccatori ed essi sarebbero ancora nei loro peccati non espiati.
“Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.”
Se tanti cristiani morti nella pace del Cristo in cui hanno creduto, se la loro fede è vana, sarebbero nella perdizione anziché nel riposo eterno e nella gloria di Dio. E non è pietosa soltanto la sorte di coloro che sono morti in Cristo, ma lo è anche quella di chi vive tuttora nella fede in Lui. Vale a dire, se, nel corso di questa vita terrena, abbiamo concentrato in Cristo la nostra unica speranza di futura felicità e gloria, se, in vista di questa speranza, fondata in Cristo, noi sopportiamo fatiche, derisioni e persecuzioni, noi siamo degni di compassione più degli altri uomini poiché se Cristo non è risuscitato, la nostra speranza non ha fondamento e noi sacrifichiamo affetti, fatiche, beni e vita per una pia illusione; mentre gli altri che vivono per le cose della terra, sono felici, senza farsi troppe illusioni .
“Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.”
Dopo aver mostrato a quali terribili conseguenze conduce il falso principio che non c'è risurrezione di morti, Paolo ritorna sul terreno dei fatti che nessuna teoria vale a smuovere, e nel fatto ben provato della risurrezione e della susseguente esaltazione del Cristo, egli scorge la garanzia della finale vittoria dell'umanità redenta sulla morte.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù, disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,perché avete già ricevuto la vostra consolazione.Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.Guai a voi, che ora ridete,perché sarete nel dolore e piangerete.Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.
Lc 6,17.20-26

Continuando la sua 1^ lettera ai Corinzi, nel capitolo 15, che abbiamo iniziato domenica scorsa, San Paolo in questo brano afferma che negare la risurrezione dei morti implica la negazione della risurrezione di Cristo e della veracità della testimonianza apostolica.
Il brano inizia con una domanda: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?”
La cultura greca aveva molte difficoltà ad ammettere la possibilità della risurrezione, ma anche fra i cristiani l’argomento della risurrezione incontrò molte difficoltà per superare i pregiudizi esistenti.
I membri del sinedrio di Gerusalemme condannavano e perseguitavano il messaggio cristiano e alcuni ateniesi all’areopàgo quando sentirono parlare di risurrezione di morti, avevano deriso Paolo. In tutti i tempi la superficiale ragione umana ,che misura la sapienza e la potenza di Dio alla propria stregua, ha sollevato le stesse obbiezioni contro alla dottrina della risurrezione dei corpi. Qui Paolo fa notare a quei cristiani che si lasciavano travolgere dall'incredulità del mondo, come la negazione della risurrezione in genere sia in contraddizione col fatto ben costatato della risurrezione di Cristo.
“Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;”
È probabile che i sostenitori di questa teoria non si rendessero ben conto delle gravi conseguenze che ne sarebbero derivate, ecco perchè Paolo inizia con una supposizione molto forte.
“ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.”
L'Apostolo adopera parole diverse per indicare la vanità della fede cristiana qualora non fosse risorto Cristo, la fede cristiana sarebbe senza fondamento e poggerebbe sul vuoto. Ma soprattutto sarebbe anche vana, in quanto non potrebbe condurre ad alcuno dei risultati promessi. Se Cristo non fosse risuscitato non avremmo più certezza alcuna che Dio abbia gradito il suo sacrificio quale espiazione dei nostri peccati e la tomba di Gesù rimasta chiusa starebbe ad indicare che anche Lui è rimasto preda della morte. Tolta dunque la risurrezione, crollerebbe la giustificazione dei peccatori ed essi sarebbero ancora nei loro peccati non espiati.
“Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.”
Se tanti cristiani morti nella pace del Cristo in cui hanno creduto, se la loro fede è vana, sarebbero nella perdizione anziché nel riposo eterno e nella gloria di Dio. E non è pietosa soltanto la sorte di coloro che sono morti in Cristo, ma lo è anche quella di chi vive tuttora nella fede in Lui. Vale a dire, se, nel corso di questa vita terrena, abbiamo concentrato in Cristo la nostra unica speranza di futura felicità e gloria, se, in vista di questa speranza, fondata in Cristo, noi sopportiamo fatiche, derisioni e persecuzioni, noi siamo degni di compassione più degli altri uomini poiché se Cristo non è risuscitato, la nostra speranza non ha fondamento e noi sacrifichiamo affetti, fatiche, beni e vita per una pia illusione; mentre gli altri che vivono per le cose della terra, sono felici, senza farsi troppe illusioni .
“Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.”
Dopo aver mostrato a quali terribili conseguenze conduce il falso principio che non c'è risurrezione di morti, Paolo ritorna sul terreno dei fatti che nessuna teoria vale a smuovere, e nel fatto ben provato della risurrezione e della susseguente esaltazione del Cristo, egli scorge la garanzia della finale vittoria dell'umanità redenta sulla morte.
“Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.”
L'invito alla gioia in questo versetto è intenso. Luca usa il verbo esultare (letteralmente saltellare), perché il tempo della prova dà la certezza di ricevere il dono dell'amore di Dio Padre, la grande ricompensa nel cielo.
Il riferimento alla persecuzione sofferta dai profeti è un'idea comune al tempo di Gesù e da Lui condivisa. Il Nuovo Testamento la riprende in diversi passi (cfr. Mc 6,4; Lc 11,47; At 7,51; 1Ts 2,15, ecc) e sebbene il testo si riferisca chiaramente alla situazione della Chiesa primitiva, non si esclude che Gesù abbia previsto l'opposizione che avrebbero incontrato gli apostoli (e di conseguenza tutti i discepoli) e l'abbia espressa con il tema del giusto perseguitato.
“Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete,perché sarete nel dolore e piangerete.”
Luca costruisce i quattro guai sulla base delle precedenti beatitudini. La ricchezza è presentata come un rischio reale e pericoloso perché dà una falsa sicurezza; il ricco si sente autosufficiente e ritiene superfluo rivolgersi a Dio, non si cura dei bisogni dei poveri, e chiudendosi nell'egoismo, non pensa al suo destino eterno. Per questo i ricchi hanno già ricevuto quanto è loro dovuto e non si aspettano niente oltre la morte.
Per l'evangelista la ricchezza è un pericolo permanente per tutti; egli è preoccupato che il cuore delle persone si chiuda al dono di Dio, un dono che viene loro incontro nel vangelo di Gesù.
“Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.”
Quest’ultima minaccia si riferisce ai figli di coloro che nel passato elogiavano i falsi profeti e alcune autorità dei giudei usavano il loro prestigio e la loro autorità per criticare Gesù.
Per riassumere possiamo dire che Gesù nel Vangelo di Luca ribadisce: beati i poveri, perchè avranno il regno di Dio; beati coloro che hanno fame, perchè saranno saziati; beato chi piange perchè riderà; beato chi è perseguitato a causa di Cristo perchè sarà ricompensato in Cielo; e guai al ricco, che non avrà altra gioia, guai al sazio, che non potrà soddisfare altri desideri; guai a chi ride, perchè conoscerà solo l’afflizione; guai a chi è lodato, perchè circuito dall’adulazione, sarà vittima, della falsità.
Gesù non contrappone qui quattro maledizioni a quattro beatitudini: Gesù ricorda soltanto che la consolazione viene da Dio, che solo Dio realizza il riscatto dei poveri, degli emarginati, degli offesi, delle vittime: Gesù garantisce il riscatto del male in bene, perchè Gesù è il risorto, colui che ha riscattato anche la morte: per questo San Paolo afferma che “se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” Ma Cristo è risorto, e la nostra fede è il fondamento della beatitudine, cioè della speranza.

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Le Parole di Papa Francesco

“Al centro del Vangelo della Liturgia odierna ci sono le Beatitudini. È interessante notare che Gesù, pur essendo attorniato da una grande folla, le proclama rivolgendosi «verso i suoi discepoli». Parla ai discepoli. Le Beatitudini, infatti, definiscono l’identità del discepolo di Gesù. Esse possono suonare strane, quasi incomprensibili a chi non è discepolo; mentre, se ci chiediamo come è un discepolo di Gesù, la risposta sono proprio le Beatitudini. Vediamo la prima, che è la base di tutte le altre: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» . Beati voi, poveri. Due cose dice Gesù dei suoi: che sono beati e che sono poveri; anzi, che sono beati perché poveri.
In che senso? Nel senso che il discepolo di Gesù non trova la sua gioia nel denaro, nel potere o in altri beni materiali, ma nei doni che riceve ogni giorno da Dio: la vita, il creato, i fratelli e le sorelle, e così via. Sono doni della vita. Anche i beni che possiede, è contento di condividerli, perché vive nella logica di Dio. E qual è la logica di Dio? La gratuità. Il discepolo ha imparato a vivere nella gratuità. Questa povertà è anche un atteggiamento verso il senso della vita, perché il discepolo di Gesù non pensa di possederlo, di sapere già tutto, ma sa di dover imparare ogni giorno. E questa è una povertà: la coscienza di dovere imparare ogni giorno. Il discepolo di Gesù, poiché ha questo atteggiamento, è una persona umile, aperta, aliena dai pregiudizi e dalle rigidità.
C’era un bell’esempio nel Vangelo di domenica scorsa: Simon Pietro, esperto pescatore, accoglie l’invito di Gesù a gettare le reti in un’ora insolita; e poi, pieno di stupore per la pesca prodigiosa, lascia la barca e tutti i suoi beni per seguire il Signore. Pietro si dimostra docile lasciando tutto, e così diventa discepolo. Invece, chi è troppo attaccato alle proprie idee, alle proprie sicurezze, difficilmente segue davvero Gesù. Lo segue un po’, soltanto nelle cose in cui “io sono d’accordo con Lui e Lui è d’accordo con me”, ma poi, per il resto, non va. E questo non è un discepolo. E così cade nella tristezza. Diventa triste perché i conti non gli tornano, perché la realtà sfugge ai suoi schemi mentali e si trova insoddisfatto. Il discepolo, invece, sa mettersi in discussione, sa cercare Dio umilmente ogni giorno, e questo gli permette di addentrarsi nella realtà, cogliendone la ricchezza e la complessità.
Il discepolo, in altre parole, accetta il paradosso delle Beatitudini: esse dichiarano che è beato, cioè felice, chi è povero, chi manca di tante cose e lo riconosce. Umanamente, siamo portati a pensare in un altro modo: è felice chi è ricco, chi è sazio di beni, chi riceve applausi ed è invidiato da molti, chi ha tutte le sicurezze. Ma questo è un pensiero mondano, non è il pensiero delle Beatitudini! Gesù, al contrario, dichiara fallimentare il successo mondano, in quanto si regge su un egoismo che gonfia e poi lascia il vuoto nel cuore. Davanti al paradosso delle Beatitudini il discepolo si lascia mettere in crisi, consapevole che non è Dio a dover entrare nelle nostre logiche, ma noi nelle sue. Questo richiede un cammino, a volte faticoso, ma sempre accompagnato dalla gioia. Perché il discepolo di Gesù è gioioso con la gioia che gli viene da Gesù. Perché, ricordiamoci, la prima parola che Gesù dice è: beati; da qui il nome delle Beatitudini. È questo il sinonimo dell’essere discepoli di Gesù. Il Signore, liberandoci dalla schiavitù dell’egocentrismo, scardina le nostre chiusure, scioglie la nostra durezza, e ci dischiude la felicità vera, che spesso si trova dove noi non pensiamo. È Lui a guidare la nostra vita, non noi, con i nostri preconcetti o con le nostre esigenze. Il discepolo, infine, è quello che si lascia guidare da Gesù, che apre il cuore a Gesù, lo ascolta e segue la sua strada.
Possiamo allora chiederci: io – ognuno di noi – ho la disponibilità del discepolo? O mi comporto con la rigidità di chi si sente a posto, di chi si sente per bene, di chi si sente già arrivato? Mi lascio “scardinare dentro” dal paradosso delle Beatitudini, o rimango nel perimetro delle mie idee? E poi, con la logica delle Beatitudini, al di là delle fatiche e delle difficoltà, sento la gioia di seguire Gesù? Questo è il tratto saliente del discepolo: la gioia del cuore. Non dimentichiamoci: la gioia del cuore. Questa è la pietra di paragone per sapere se una persona è discepolo: ha la gioia nel cuore? Io ho la gioia nel cuore? Questo è il punto.
La Madonna, prima discepola del Signore, ci aiuti a vivere come discepoli aperti e gioiosi.”

Papa Francesco Parte del’ Angelus del 13 febbraio 2022

Pubblicato in Liturgia

Il Natale ormai vicino già illumina questa quarta domenica di Avvento. Infatti al centro delle letture si presentano le due figure fondamentali del grande evento di salvezza, Gesù e Maria.
Nella prima lettura, Michea, il profeta contadino, afferma che una partoriente, a Betlemme, piccolo villaggio di Giuda, sta per dare alla luce un nuovo Davide, re di pace e di gioia, fonte di una rinnovata armonia cosmica. Dio è fedele alle sue promesse.
Nella seconda lettura, l’autore della lettera gli Ebrei, afferma che Gesù Cristo si è offerto al Padre per compiere la Sua volontà: il valore della nostra esistenza, delle nostre preghiere, dei nostri sforzi si trova nel compiere questa volontà.
Nel Vangelo di Luca, si contempla l’incontro di Maria con la cugina Elisabetta. Il loro dialogo è un inno sull’accettazione della vita e del miracolo: è la celebrazione del miracolo della vita e dell’umiltà che aiuta ad individuarlo e difenderlo quotidianamente. L’incarnazione di Cristo è un miracolo, ma anche la nascita di ogni creatura umana è un miracolo, così come è un miracolo della grazia di Dio la rinascita di un’anima.

Dal libro del profeta Michèa
Così dice il Signore:
«E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra.
Egli stesso sarà la pace!».
Mi 5,1-4°

Il profeta Michea era originario di Moroset, un piccolo villaggio a circa 35 km a sudovest da Gerusalemme. Visse nell’VIII secolo a.C., quasi duecento anni dopo la scissione fra le dieci tribù del nord, guidate da Geroboamo, e le due del sud, rimaste fedeli alla casa del re Davide.
Mentre il regno di Giuda, a vicende alterne, continuava a servire il Signore nel tempio di Gerusalemme, il regno del Nord, con capitale Samaria, era invece diventato un centro di sacerdoti idolatri e di pratiche pagane. Michea svolse la sua attività di profeta durante i regni di Iotam, Acaz ed Ezechia tra il 727 a.C. ed il 690 a.C., cioè prima e dopo la presa di Samaria nel 721 e forse fino all’invasione di Sennàcherib nel 701 a.C., un’epoca che vide "in piena azione" un altro grande profeta, Isaia ed anche Osea. Per la sua origine contadina, Michea, vissuto nell’alone del grande Isaia, è più simile al profeta Amos, di cui divide l’avversione alle grandi città, il linguaggio concreto e talvolta brutale, il gusto delle immagini rapide e dei giochi di parole. Il libro che porta il suo nome, è composto da 7 capitoli e mostra che le parole del profeta sono articolate tra processo a Israele per le sue colpe (1,2-3,12) promesse a Sion (4,1-5,14), nuovo processo a Israele (6,1-7,7) e speranza finale che rimette nelle mani di Dio la salvezza (7,8-20). Michea, non si limita, ad accusare e condannare il peccato del popolo, ma si pone come tenace difensore della giustizia sociale e delle promesse di Dio.
La sicurezza in Dio, che mantiene le Sue promesse, apre gli occhi a un futuro di speranza. Questa speranza certa è legata al “resto” d’Israele che sopravvivrà alle possibili distruzioni umane.
Il messaggio di speranza che il profeta proclama è diretto all’annuncio del Messia, discendente di Davide, che dovrà nascere nella piccola e umile città di Betlemme (è il solo profeta che precisa il luogo della nascita e specifica Betlemme di Efrata in Giuda per distinguerla dall’altra Betlemme esistente ai suoi tempi)
Il brano che abbiamo riporta il celebre passo che è risuonato sette secoli dopo, che Michea le ha pronunciate, all’interno di un lussuoso palazzo di Gerusalemme, davanti ad un re ingiusto e violento, Erode: “E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”.
Il profeta in questo passo alludeva alla venuta del Messia e ai tempi messianici, in cui il "piccolo resto" d'Israele salvato da stragi e calamità dalla mano potente di Dio, tornerà là dove deve nascere l'Atteso delle genti: il Salvatore, e ciò avverrà quando “partorirà colei che deve partorire”
L’attenzione va posta innanzitutto su Betlemme (= città del pane) che il profeta riconosce tanto piccola, pur essendo tra i capoluoghi di Giuda. In questi versetti si può notare anche tratti di politica vera e propria. Il messia viene annunciato come nuovo dominatore in Israele, in opposizione ai capi politici e religiosi che a Gerusalemme si dimostrano incapaci di governare. Per di più, proprio questa città, così piccola e dunque di ben poca importanza, è messa in relazione con una donna: quella da cui dovrà nascere il Signore delle genti, Colui che pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Questo oracolo ha avuto allora, un sapore nuovo, e soprattutto ai poveri, ai giusti, agli stranieri dal cuore puro come i Magi, ha aperto un orizzonte di luce e di speranza, quell’orizzonte che oggi celebriamo e da cui siamo avvolti.

Salmo 79 - Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.

Il salmo venne scritto quando ancora l’arca non era distrutta, il che avvenne con la distruzione di Gerusalemme. Probabilmente è stato scritto dopo la presa di Samaria da parte dell’Assiro Sargon (721), e dopo che Gerusalemme, assediata dall’Assiro Sennacherib dopo la devastazione della Giudea, rimase indenne (701). Questo evento fece risaltare la potenza di Dio nel suo tempio di Gerusalemme, e rese sensibile la Samaria verso Gerusalemme, cosa che permetterà l’azione riformista di Giosia (640-609) anche in territorio Samaritano. Il salmista è un pio Israelita delle tribù del nord (Samaria) che desidera che le tribù di Efraim, Beniamino e Manasse siano benedette da Dio, la cui gloria sta sui cherubini dell’arca, posta nel tempio di Gerusalemme; desidera la fine dello scisma samaritano: “Seduto sui cherubini, risplendi davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci”.
A Dio, che guida Giuseppe “come un gregge”, il salmista chiede di manifestare nuovamente quella potenza che esercitò quando fece uscire “Giuseppe” dall’Egitto; intendendo per Giuseppe tutto Israele, finito in Egitto proprio a partire da lui (Gn 37,38).
Egli attraverso la bella immagine della vigna rievoca la storia di Israele: “Hai sradicato un vite dall’Egitto…”. Questa vite curata da lui ha esteso i suoi rami fino al Mediterraneo e fino al Libano: “La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli”. “Il fiume”, è l’Eufrate. Esso era lontano dalla Terra Promessa, ma indica fin dove giungeva l’influenza di Israele. …..….
Il salmista riconosce la dinastia di Davide e ha la speranza che il re di Gerusalemme saprà risollevare le sorti di Israele, costui al presente era Ezechia (716-687): “Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte”, ma nel futuro sarà il Cristo. Quell’uomo reso forte è ora ogni pontefice, ogni vescovo, ogni sacerdote, ogni diacono, ogni fedele, che tutti sono uno, nell’uno che è la Chiesa, corpo mistico di Cristo, e che si adoperano per portare nel mondo la vera pace, cioè Cristo.
Commento tratto da Perfetta Letizia

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà».
Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Eb 10,5-10

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute.
Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica ..
Questo brano inizia riportando una citazione: “Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”.
Per dare maggiore forza all’affermazione precedente in cui sosteneva che Cristo ha offerto se stesso in sacrificio una volta per sempre, rendendo inutile il sistema dei sacrifici nel Tempio, ora l’autore cita il salmo 40,6-8. Questo salmo è molto adatto a descrivere l'offerta di Cristo e nessun altro brano del Nuovo Testamento lo utilizza. In questo salmo si dice appunto che il Signore non ha gradito sacrificio, cioè l'immolazione di animali, né altre offerte. Invece di accettare questi doni, il Signore ha preparato un corpo per il Cristo.
“Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato”
I profeti si erano spesso scagliati contro un culto solo esteriore, con l'offerta di beni materiali, fatto solo per ottenere il perdono dei peccati. Il sacrificio di Cristo è superiore a tutti i sacrifici e inaugura un nuovo modo di mettersi in relazione con il Signore.
“Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»”.
Cristo ha risposto dando la sua piena disponibilità a compiere la volontà di Dio. Di Lui è scritto nel rotolo del libro, cioè nei testi profetici, che parlano del Messia.
“Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge,”
In questi ultimi versetti si sottolinea ciò che è stato prima affermato. Il sacrificio degli animali e altre cose che venivano offerte, perché previste dalla Legge, non sono più gradite a Dio.
“soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo”.
Cristo viene a fare la volontà di Dio. Questo provoca una svolta fondamentale, vi è una sostituzione nei tipi di sacrificio.
“Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre”.
La volontà di Dio ci rende santi, attraverso l'offerta del corpo di Gesù Cristo, che è il vero atto sacerdotale: tutta l’esistenza di Gesù, è il grande atto di offerta. Egli togliendo il peccato, ha ristabilito il legame con Dio nella propria persona, nella propria esperienza viva. Ha fondato l’alleanza nuova, il popolo nuovo che può accostarsi a Dio.

Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Lc 1,39-45

Luca in questo brano del suo vangelo riporta la visita di Maria ad Elisabetta e inizia con una indicazione di tempo ed altri segni che legano il concepimento di Giovanni e quello di Gesù.
“In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.”
Luca sottolinea la prontezza di Maria nel rispondere alle esigenze della Parola di Dio. Ella esce di casa, da Nazareth per percorrere le montagne della Giudea facendo più di 100 km, con i mezzi che potevano esserci allora. La fretta di Maria è piena di significato sotto tutti i punti di vista: quando si manifesta negli eventi l’opera di Dio non si può rimanere inerti o pigri. Così fa Abramo quando corre a preparare per i tre ospiti, così fa Zaccheo quando scende dal sicomoro, così fanno i pastori quando si affrettano a Betlemme. Nel caso di Maria, poi, ella sa, per le parole dell’angelo, che la gravidanza insperata di Elisabetta ha qualcosa a che fare con la sua, che il prodigio operato nella sua anziana parente fa parte dello stesso disegno divino in cui lei stessa è coinvolta. È naturale perciò che Maria corra verso la casa di Zaccaria per comprendere meglio il mistero che la riguarda. Maria ed Elisabetta si conoscevano, erano parenti, ma in questo incontro scoprono, l’una nell’altra, un mistero che non conoscevano ancora e che le riempie di gioia indescrivibile.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”!
La reazione del bambino precede quella della madre: egli sussultò nel suo grembo. L'evangelista utilizza per indicare la reazione del piccolo Giovanni il verbo greco della versione dei LXX di Gn 25,22-25 relativo ai figli di Rebecca, Esaù e Giacobbe, che si urtavano (così in ebraico) nel suo seno. Un segno di gioia che con lo Spirito santo di cui viene riempita Elisabetta, indica l'arrivo dei tempi messianici.
Il testo ci fa pensare anche che Giovanni ancor prima della nascita è profeta, perchè annuncia la presenza di Gesù (in questo caso alla madre), dimostrandosi suo precursore.
“ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”
Finito il tempo del nascondimento, ora Elisabetta può gridare l’opera del Signore. Ogni maternità nella Bibbia è una benedizione, ma la maternità di Maria è unica e procura la più grande delle benedizioni. “Benedetta tu fra le donne...”. Per opera dello Spirito Santo Elisabetta comprende non solo che Maria è incinta, ma che il bambino che porta è fonte di benedizione. Maria è benedetta sopra tutte le altre donne a causa della benedizione che proviene dal frutto del suo grembo.
“A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”
E’ un onore per Elisabetta ricevere Maria. Tale dichiarazione è sorprendente se si pensa che Elisabetta è più anziana e moglie di un sacerdote, mentre Maria non possiede alcun rango sociale ed è molto più giovane di lei. La frase di Elisabetta trova la sua giustificazione nel fatto che riconosce in Maria la madre del Messia.
Il titolo di Signore, che Elisabetta usa per indicare il bambino che Maria ha in seno, è uno dei principali titoli messianici attribuiti a Gesù nel Nuovo Testamento,
“ Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.”
Letteralmente la traduzione è “ha saltellato” di gioia. Nella Bibbia si parla più di danza che di sussulto. In questo versetto abbiamo una specie di danza che Giovanni Battista compie nel seno di sua madre. Sua madre l’ha interpretata così, l’ha sentita come una danza, come un movimento gioioso. Giovanni sta vivendo il primo incontro con Gesù e gli rende testimonianza.
“E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.
Sono le parole di lode di Elisabetta che esaltano Maria a concludere questo brano. Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù completerà l'espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).
La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Maria è beata non perché ha generato fisicamente il Cristo, come intendeva la donna della folla, ma, come ha replicato Gesù, è beata perché è la credente che ha ascoltato la Parola di Dio e l’ha messa in pratica.
Per questo Maria è figura dei credenti, dei cristiani, che sono beati perché credono alla parola di Dio che hanno ascoltato dalla bocca di Gesù. Ella infatti ha creduto e per questo è la vera madre del Signore.

 

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“Ricevuto l’annuncio dell’angelo, la Vergine non rimane in casa, a ripensare all’accaduto e considerare i problemi e gli imprevisti, che certo non mancavano: Perché, poveretta, non sapeva cosa fare con questa notizia, con la cultura di quell’epoca… Non capiva… Al contrario, per prima cosa pensa a chi ha bisogno; invece di essere ripiegata sui suoi problemi, pensa a chi ha bisogno, pensa a Elisabetta sua parente, che è avanti negli anni e incinta: una cosa strana, miracolosa. Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia. Maria dona a Elisabetta la gioia di Gesù, la gioia che portava nel cuore e nel grembo. Va da lei e proclama i suoi sentimenti, e questa proclamazione dei sentimenti poi è diventata una preghiera, il Magnificat, che tutti noi conosciamo. E dice il testo che la Madonna «si alzò e andò in fretta».
Si alzò e andò. Nell’ultimo tratto del cammino di Avvento lasciamoci guidare da questi due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale. Anzitutto, alzarsi.
Dopo l’annuncio dell’angelo, per la Vergine si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa agli altri: così è Maria, pensando sempre ai bisogni degli altri. Lo stesso farà dopo, alle nozze di Cana, quando si accorge che manca il vino. È un problema di altra gente, ma lei pensa a questo e cerca di trovare una soluzione. Sempre Maria pensa agli altri. Pensa anche a noi.
Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci. Alzarci, per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che ci paralizza. Ma perché alzarci? Perché Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti. E poi facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto! C’è qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di aiuto, di compagnia? Ognuno ci pensi. O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata? Ma a chi posso dare aiuto? Mi alzo e do aiuto. Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.
Il secondo movimento è camminare in fretta. Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato, no, non vuol dire questo. Si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele – queste lamentele rovinano tante vite, perché uno si mette a lamentarsi e lamentarsi e la vita va giù. Le lamentele ti portano a cercare sempre qualcuno da incolpare. Andando verso la casa di Elisabetta, Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio, pieni della sua gioia. Allora chiediamoci noi, per il nostro profitto: com’è il mio “passo”? Sono propositivo oppure mi attardo nella malinconia, nella tristezza? Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, soltanto porteremo amarezza, cose oscure. Fa tanto bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri. Possiamo chiedere anche questa grazia, la grazia del sano umorismo: fa tanto bene. Non dimentichiamo che il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente. È portargli la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta.
La Madre di Dio ci prenda per mano, ci aiuti ad alzarci e a camminare in fretta verso il Natale!”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 19 dicembre 2021

Pubblicato in Liturgia

Nella penultima domenica dell’anno liturgico, le letture che abbiamo ci portano ad orientare il nostro sguardo verso il futuro, sulla fine del mondo e sul destino dell’uomo oltre la morte. Questo non per spaventarci, ma per mostrarci come vivere bene il presente illuminato dalla speranza che alla fine il bene vincerà sul male.
Nella prima lettura, il profeta Malachìa, annuncia, a nome di Dio, che il fuoco distruggerà “i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia” ma subito dopo assicura che “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia” per coloro che temono il suo nome.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, continuando la sua seconda lettera ai Tessalonicesi, mette sotto accusa gli oziosi che vivono disordinatamente “senza far nulla e in continua agitazione”. In modo perentorio l’apostolo sentenzia: “Chi non vuole lavorare neppure mangi”. L’uomo di fede deve prepararsi alla vita ultraterrena “lavorando in pace” operando con buona volontà e carità in vita, interpretando la giustizia tra gli uomini per meritare la giustizia salvifica di Dio.
Nel Vangelo di Luca, Gesù prefigura la distruzione di Gerusalemme e la persecuzione dei cristiani, ma contemporaneamente rassicura sul fatto che il bene prevarrà sul male.
Quella di oggi è una liturgia di tensione, destinata a scuotere le coscienze, ma non a terrorizzarle. Cristo, diversamente da quanto predicano certe sètte apocalittiche contemporanee, come i Testimoni di Geova, non si è particolarmente interessato alla fine del mondo, che resta un mistero nascosto nella mente di Dio: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”.(Mc 13,32) Nei momenti di oscurità e di tribolazione ci devono sostenere le parole di Gesù: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”

Dal libro del profeta Malachia
“Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia;
quel giorno venendo,li brucerà - dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”.
Mal 3,19-20

Malachìa è l’ultimo dei profeti minori dell’A.T., che gli ebrei chiamano per questo “Sigillo dei profeti”. Del profeta Malachìa, il cui nome o pseudonimo in ebraico è tutto un programma, “messaggero del Signore”, si sa solo che era della tribù di Zabulon e nacque a Sofa, in Palestina. Visse certamente dopo l’esilio babilonese (538 a.C.), durante la dominazione persiana, tuttavia non si può determinare con certezza se le sue profezie siano anteriori, contemporanee o posteriori al ritorno di Esdra in Palestina (sommo sacerdote ebreo, codificatore del giudaismo, V-IV secolo a.C.).
Nel libro di Malachìa, è notevolmente diffuso il senso dell’immutabile giustizia di Dio e dell’universalità della vera religione. Tratta dei problemi morali relativi alla comunità ebraica dopo la prigionia babilonese e mette in evidenza che “l’elezione” d’Israele non è solo un privilegio onorifico di Dio, ma comporta degli obblighi, come ogni dono divino. Per questo il suo tono è molto intransigente nei confronti dei sacerdoti che trascurano e offendono la dignità di Iahweh e del culto a Lui dovuto. Malachìa condanna il malcostume, i matrimoni misti, difende la indissolubilità del matrimonio e termina con una visione escatologica che anticipa la venuta del messaggero di Dio, che farà una cernita dei buoni nel suo popolo. I Padri della Chiesa sono concordi nel vedere in Malachìa il preannunzio profetico del sacrificio della Messa, con Gerusalemme che perde il titolo di “luogo dove bisogna adorare”, e Gesù che istituisce il rito eucaristico per tutta l’umanità.
Questo brano, che è la parte conclusiva del libro, ed anche la pagina che chiude l'Antico Testamento, ci invita a fissare lo sguardo in quel giorno, il giorno del Signore. Malachìa propone due immagini, la prima negativo
“Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno venendo, li brucerà - dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio” il giorno del giudizio, è richiamato dall'immagine del fuoco, che purifica e consuma. Di tale sorte saranno condannati gli empi, i presuntuosi, come "paglia nel fuoco" senza speranza perché non lascerà loro «né radice né germoglio".
La seconda positiva «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”.
Il giorno del Signore qui viene presentato come evento di salvezza, nonostante le molte tribolazioni da affrontare, e paragonato a "un sole di giustizia che sorge con raggi benefici", espressione ripresa nel cantico di Zaccaria, riferito a Cristo come salvatore degli uomini.
La profezia di Malachìa risulta anche oggi più che mai attuale. Viviamo in tempi in cui quello che più conta sembra essere l'emergere, avere il potere, il successo. La parola del profeta invita Israele e noi oggi, a ritrovare la speranza perché Dio è il Signore della storia e il Suo intervento è sicuro, ma non è secondo i nostri schemi, perché dobbiamo tenere sempre in mente che le vie del Signore non sono le nostre vie, i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri (Is.55). Occorre perciò che noi facciamo la nostra parte, tenendo sempre viva la fiducia in Dio.
L’immagine del «giorno del Signore» era stata immortalata dal profeta Amos, nell'VIII secolo a.C, che l’aveva sceneggiata in un quadretto di estrema densità e tensione «Che sarà per voi il giorno del Signore? Sarà tenebre e non luce. Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde. (5,18-20). Il giorno del Signore è quindi inevitabile; è il punto della storia in cui Dio entra in scena in modo decisivo e inaugura il suo regno di giustizia e di pace. In quel ”giorno” le strutture attuali che vedono vincenti i ricchi, i gaudenti, i prepotenti e gli ingiusti saranno ribaltate e sorgerà un’alba di speranza e di liberazione per gli oppressi, i sofferenti e i perseguitati.

Salmo 97 - Il Signore giudicherà il mondo con giustizia.
Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

Risuoni il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne
davanti al Signore che viene
a giudicare la terra.

Giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine.

Il tempo della composizione di questo salmo è probabilmente quello del postesilio. Il motivo del suo invito ad un “canto nuovo” non è però ristretto al solo ritorno dall'esilio, ma nasce da tutti gli interventi di Dio per la liberazione di Israele dagli oppressori e dai nemici.
E' Dio stesso che, come prode guerriero, ha vinto i suoi nemici, che sono gli stessi nemici di Israele: “Gli ha dato vittoria la sua destra”.
Il “canto nuovo” celebra le “meraviglie” di Dio, tuttavia è aperto al futuro messianico, che abbraccerà tutti i popoli.
“La sua salvezza”, mostrata ai popoli per mezzo di Israele, ridonda già su di loro: “Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio”. Il Signore è colui che viene, che viene costantemente a giudicare la terra; e che verrà nel futuro per mezzo dell'azione del Messia, al quale darà il potere di giudicare nell'ultimo giorno la terra: “Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine”.
Ogni episodio di liberazione il salmo lo vede come preparazione della diffusione a tutte le genti della salvezza del Signore. E' una salvezza universale che tocca anche il creato, che deve fremere di fronte agli eventi finali che lo sconvolgeranno: “Frema il mare...”; ma anche esultare, perché sarà sottratto dalla caducità introdotta da Adamo (Cf. Rm 8,19): “I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne”.
Noi, in Cristo, recitiamo il salmo nell'avvento messianico. La salvezza di Dio, quella che ci libera dal peccato - male supremo - è quella donataci per mezzo di Cristo. La giustizia che si è mostrata a noi è Cristo, che per noi è morto e ci ha resi giusti davanti al Padre per mezzo del lavacro del suo sangue. Dio, è il Dio che viene (Cf. Ap 1,7; 4,8) per mezzo dell'azione dello Spirito Santo, che presenta Cristo, nostra salvezza e giustizia.
Commento tratto da “Perfetta Letizia”

Dalla seconda lettera di S.Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli,sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.
Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi.
Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza far nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.
2Ts 3:7-12

Paolo quasi al termine della sua seconda lettera ai Tessalonicesi, dà spazio a un’ultima raccomandazione. Egli inizia portando se stesso come modello da imitare: “non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.”
Commenta poi che ha lavorato non perché non fosse suo diritto farsi sostenere dalla comunità, ma perché voleva dar loro un esempio da imitare. Dopo questa premessa ricorda la regola che aveva dato: “chi non vuole lavorare, neppure mangi” e continua dicendo: “Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza far nulla e sempre in agitazione.”
Probabilmente il comportamento di queste persone era il risultato di quella tensione determinata dal fatto che il Signore non era ritornato e non si pensava più che ciò avvenisse a breve scadenza, per cui non si trattava di un semplice ozio, ma di un atteggiamento basato su una motivazione religiosa.
A coloro che hanno ceduto a questa tentazione egli ordina: “esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”.
L’esempio di Paolo e la sua parola autorevole vengono fatti valere per affermare che nessuno deve farsi mantenere a spese della comunità.
Nei versetti seguenti, che non sono riportati nel brano, l’esortazione ha un ulteriore sviluppo. Se qualcuno non obbedisce a questa direttiva bisogna intervenire, interrompendo i rapporti con lui, cioè non provvedendogli più l’assistenza che esige dagli altri, non si deve comunque trattarlo come un nemico, ma ammonirlo come un fratello. Tutta la comunità quindi è coinvolta nel compito di aiutare i singoli membri a vivere in modo conforme all’insegnamento di Paolo.
Ogni comunità deve difendersi dal male, e come sempre capita ed è capitato, il male peggiore non è quello che viene dall’esterno, ma quello che corrode la comunità dall’interno. L’insegnamento che Paolo ci lascia è che il cristiano deve vivere serenamente, non deve mangiare gratuitamente il pane, non deve vivere alle spalle degli altri, ma cercare di adempiere con coscienza retta tutti i doveri terreni personali e sociali.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere? “.
Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io " e: "Il tempo è vicino"; non andate dietro a loro!. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”. Poi diceva loro: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagòghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicchè tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.
Lc 21, 5-19

Luca riporta questo ultimo discorso di Gesù, che secondo i sinottici, tiene alla vigilia della Sua morte. Poco prima c’era stato l’episodio della vedova che davanti al tempio, dona i suoi spiccioli, e Gesù dice di lei che nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere.
Questo discorso di Gesù viene chiamato escatologico e come in Marco, c’è un riferimento alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., con la descrizione della fine dei tempi.
Nel brano leggiamo che Gesù si trovava ancora nel tempio, dove si erano svolte le dispute con i diversi gruppi dei giudei, e sentendo che alcuni di mezzo al popolo ammiravano la bellezza della costruzione del tempio così caro al cuore di ogni ebreo, Gesù fa una dichiarazione sconcertante e scandalosa : "Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Questa affermazione deve aver procurato una certa impressione perché alcuni dei presenti gli chiedono: “Maestro, quando accadranno queste cose e quale sarà il segno che ciò sta per avvenire?” Essi sono preoccupati del “quando “ e del “come“, quasi per riuscire a sottrarsi con uno stratagemma dell’intelligenza e dell’astuzia umana dal giudizio divino. Ma la banalità di questa curiosità è subito liquidata da Gesù a cui non interessa fare previsioni sul futuro quanto piuttosto orientare chi lo ascolta verso un atteggiamento esistenziale di impegno e di speranza. Come in Marco, anche in Luca, Gesù passa a indicare i segni premonitori della distruzione di Gerusalemme. Anzitutto parla di avvenimenti riguardanti la comunità dei discepoli: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io " e: "Il tempo è vicino"; non andate dietro a loro!”.
“Non lasciatevi ingannare,” ecco la prima esortazione di Gesù, Egli non intende parlare dei segni, ma esortare alla fiducia. Sicuramente questi falsi profeti, dai quali Gesù mette in guardia, saranno stati coloro che all'interno delle prime comunità cristiane si erano messi ad annunciare una fine del mondo imminente. Il periodo storico immediatamente precedente la caduta di Gerusalemme, sia per la comunità cristiana sia in Palestina, era segnato da una forte tensione e Luca vuole scoraggiare una visione errata degli avvenimenti.
Poi Gesù prosegue: “Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”. Qui c’è una seconda esortazione, relativa al tema classico della guerra e in questa Luca inserisce una prospettiva storica (con l'utilizzo di espressioni temporali: “prima …e non è subito la fine”) per riaffermare quanto appena detto. Le guerre, i disordini, le rivoluzioni appartengono alla storia e non sono segni della prossimità della fine del mondo, per questo dice: ”non è subito la fine”. In quegli anni infatti, mentre la Palestina era sconvolta dalla guerra giudaica e dai disordini civili che la accompagnavano, anche Roma era segnata da disordini con Galba, Otone e Vitellio (68-69 d.C.).
Poi Gesù continua dicendo : “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo”.
Luca sembra voglia distinguere i fatti storici ricorrenti che vivono i suoi lettori, dai segni politici, naturali e cosmici che preludono la parusia e ricorre ad espressioni apocalittici, eventi catastrofici come la guerra, la carestia, la peste. (Come è attuale questo profezia, potremo anche riconoscerla in questi ultimi eventi che stiamo vivendo) Inserisce poi il tema della testimonianza e il testo si trasforma in una profezia circa le persecuzioni cui saranno sottoposti i credenti: “Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza”.
Le persecuzioni che ci furono, sia da parte dei Giudei che dei pagani, non sono segni premonitori della fine dei tempi, ma appartengono alla storia della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Di questo Luca ne parla anche negli Atti (4,3; 5,18; 6,12; ecc.), perché la persecuzione fa parte della sequela e un invito a portare la propria croce, come Gesù aveva già detto in un'altra occasione.
Di fronte ai loro persecutori i cristiani non dovranno però preoccuparsi perché Gesù su questo dice : “Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere” perché sarà Gesù stesso a dar loro una sapienza a cui i loro avversari non potranno ribattere.
Alla persecuzione da parte di estranei si aggiungerà l’opposizione dei propri cari, ed anche questo Gesù lo dice: “Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. C’è così da mettere in conto anche il tradimento da parte dei propri parenti, genitori e fratelli, magari persone che condividono la stessa fede. La persecuzione sarà accompagnata da sentimenti di odio generalizzato, di cui è causa il nome di Gesù.
Il brano termina con due detti di incoraggiamento e di conforto: “Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.” La “perseveranza” è un termine che evoca tutta la forza necessaria per affrontare le prove quotidiane che si incontrano sempre nella vita, ma nello stesso tempo fa pensare alla speranza in Colui che ti conta anche i capelli in capo.
“Con la vostra perseveranza salverete le vostra vita”, ed è come dire “salverete la vostra anima”. La vita si salva non nel disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite, senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni dei falsi profeti. Questo è importante perché Gesù nel vangelo sembra riconoscere alla perseveranza che noi avremo tenuto, non una salvezza avuta come pacco dono, ma una salvezza di cui Lui ci rende partecipi e protagonisti.

 

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Signore Gesù nei momenti della prova

quando sentimenti di angoscia,

spavento, insicurezza, sfiducia,

prevalgono in me, aiutami a leggere la

storia della mia vita alla luce di Te,

mio Dio, mio Amore, e mio Salvatore.

Ripetimi, quando la sofferenza

quotidiana sembra prevalere:

Io sono con te tutti i giorni fino alla

fine dei tempi!

 

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“Il Vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico, ci presenta il discorso di Gesù sulla fine dei tempi.
Gesù lo pronuncia davanti al tempio di Gerusalemme, edificio ammirato dalla gente a motivo della sua imponenza e del suo splendore. Ma Egli profetizza che di tutta quella bellezza del tempio, quella grandiosità «non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» . La distruzione del tempio preannunciata da Gesù è figura non tanto della fine della storia, quanto del fine della storia. Infatti, di fronte agli ascoltatori che vogliono sapere come e quando accadranno questi segni, Gesù risponde con il tipico linguaggio apocalittico della Bibbia.
Usa due immagini apparentemente contrastanti: la prima è una serie di eventi paurosi: catastrofi, guerre, carestie, sommosse e persecuzioni (vv. 9-12); l’altra è rassicurante: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» . Dapprima c’è uno sguardo realistico sulla storia, segnata da calamità e anche da violenze, da traumi che feriscono il creato, nostra casa comune, e anche la famiglia umana che vi abita, e la stessa comunità cristiana. Pensiamo a tante guerre di oggi, a tante calamità di oggi. La seconda immagine – racchiusa nella rassicurazione di Gesù – ci dice l’atteggiamento che deve assumere il cristiano nel vivere questa storia, caratterizzata da violenza e avversità.
E qual è l’atteggiamento del cristiano? È l’atteggiamento della speranza in Dio, che consente di non lasciarsi abbattere dai tragici eventi. Anzi, essi sono «occasione di dare testimonianza» (v. 13). I discepoli di Cristo non possono restare schiavi di paure e angosce; sono chiamati invece ad abitare la storia, ad arginare la forza distruttrice del male, con la certezza che ad accompagnare la sua azione di bene c’è sempre la provvida e rassicurante tenerezza del Signore. Questo è il segno eloquente che il Regno di Dio viene a noi, cioè che si sta avvicinando la realizzazione del mondo come Dio lo vuole. È Lui, il Signore, che conduce la nostra esistenza e conosce il fine ultimo delle cose e degli eventi.
Il Signore ci chiama a collaborare alla costruzione della storia, diventando, insieme a Lui, operatori di pace e testimoni della speranza in un futuro di salvezza e di risurrezione. La fede ci fa camminare con Gesù sulle strade tante volte tortuose di questo mondo, nella certezza che la forza del suo Spirito piegherà le forze del male, sottoponendole al potere dell’amore di Dio. L’amore è superiore, l’amore è più potente, perché è Dio: Dio è amore. Ci sono di esempio i martiri cristiani – i nostri martiri, anche dei nostri tempi, che sono di più di quelli degli inizi – i quali, nonostante le persecuzioni, sono uomini e donne di pace. Essi ci consegnano una eredità da custodire e imitare: il Vangelo dell’amore e della misericordia. Questo è il tesoro più prezioso che ci è stato donato e la testimonianza più efficace che possiamo dare ai nostri contemporanei, rispondendo all’odio con l’amore, all’offesa con il perdono. Anche nella vita quotidiana: quando noi riceviamo un’offesa, sentiamo dolore; ma bisogna perdonare di cuore. Quando noi ci sentiamo odiati, pregare con amore per la persona che ci odia.
La Vergine Maria sostenga, con la sua materna intercessione, il nostro cammino di fede quotidiano, alla sequela del Signore che guida la storia.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 17 novembre 2019

Pubblicato in Liturgia

Con le commemorazioni dei santi e dei defunti abbiamo meditato sulla morte e sulla risurrezione, sul peccato e la salvezza, e le letture liturgiche di questa domenica ci invitano ancora a meditare sugli stessi temi
Nella prima lettura, tratta dal secondo Libro dei Maccabei, troviamo il racconto dei sette fratelli che per non rinunziare alla loro fede, affrontano con serenità la morte con la ferma speranza che essa non è la fine, perché sono certi di risuscitare ad una vita nuova ed eterna. La fede nella risurrezione è affermata per la prima volta in questo brano. L’esperienza della morte di tanti giusti al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane (215 a.C circa-164 a.C) ha fatto nascere la speranza della risurrezione.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, continuando la sua seconda lettera ai Tessalonicesi, esorta i cristiani di Tessalonica a non stancarsi di fare il bene e di condurre una vita laboriosa e ordinata nella pace.
Nel Vangelo di Luca, leggiamo che dei sadducei tentano di impegolare Gesù presentando un racconto di fantasia in cui la visione dell’oltrevita è presentata in modo materialistico e concepita come un ricalco della vita terrena. E’ la stravagante storiella dei sette fratelli che in forza della legge biblica del levirato sono costretti a sposare uno dopo l’altro la vedova del loro fratello. La risposta di Gesù fa crollare tutte le pseudo-religioni basate su oroscopi, su speculazioni misteriche, su spiritismo e magia e fa emergere il vero volto del Dio della vita, condensato in una stupenda definizione: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Dal secondo libro dei Maccabei
In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri».
[E il secondo,] giunto all'ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell'universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».
Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo».
Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.
Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».
2Mac 7,1-2, 9-14

Il Secondo libro dei Maccabei è un testo contenuto nella Bibbia cristiana ma non nella Bibbia ebraica.
Si tratta del riassunto di un'opera, composta intorno al 160 a.C. da un certo Giasone di Cirene, scritto direttamente in greco da un autore ignoto intorno al 124 a.C. forse ad Alessandria d’Egitto. Contrariamente a quanto si può pensare, il libro non è la continuazione del primo, ma tratta una parte degli stessi avvenimenti. Infatti, a differenza del primo libro, che illustra il periodo storico dal 175 al 135 a.C,., il secondo libro dei Maccabei si sofferma sugli avvenimenti tra gli anni 176-160. È composto da 15 capitoli e descrive la lotta per l'indipendenza della Giudea dei fratelli Maccabei (Giuda, Gionata,Simone) contro i re seleuciti della Siria, narrando eventi accaduti tra il 180 a.C. e il 161 a.C
Il brano che abbiamo riporta una parte del 7^capitolo e comincia prospettando il caso di sette giovani fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Nei versetti omessi dalla liturgia, si racconta che il re ordina subito di uccidere in modo orrendo quello che si era fatto loro portavoce, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre che nel frattempo si esortavano a vicenda a morire da forti. Viene poi la volta del secondo il quale subisce gli stessi tormenti del primo, fino all’ultimo dei fratelli.
È precisamente nell’ambito della persecuzione che si comincia a pensare che i giusti, i quali hanno dato la vita per la loro fede, alla fine dei tempi, quando il popolo entrerà nella pienezza della comunione con Dio, usciranno dal regno dei morti e torneranno in vita per partecipare alla felicità dei loro fratelli. Non si tratta dunque di un ritorno alla vita di questo mondo, ma dell’ingresso nel regno di Dio in vista del quale i martiri hanno saputo donare la propria vita.
La fede nella risurrezione (che non appare con certezza in Isaia 26,19 o Giobbe 19), è affermata per la prima volta in questo brano. L’esperienza della morte di tanti giusti al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane (215 a.C circa-164 a.C) ha fatto nascere la speranza della risurrezione. Si comincia così la dottrina dell’immortalità, che si svilupperà poi nell’ambiente greco, ma senza riferimento alla resurrezione dei corpi. Il pensiero ebraico però, che non distingueva tra corpo e anima, l’idea della sopravvivenza implicava anche quella della resurrezione dei corpi. Il testo non parla direttamente della resurrezione di tutti gli uomini: considera unicamente il caso dei giusti. Solo nel Libro del profeta Daniele c’è un più chiaro riferimento: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.” (Dn 12,2)

Salmo 16 - Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.

Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.

L’orante del salmo è accusato d’empietà; una calunnia dei suoi nemici lo vuole mettere a morte. Ma egli presenta la sua causa a Dio, certo di non avere mancato. Egli chiede a Dio, quale giudice, di essere saggiato, scrutato nella notte, quando è solo con se stesso e riflette sul suo agire.
Egli ha seguito la parola del Signore e ha evitato per questo “i sentieri del violento”; non è entrato in collisione con loro. Ora, tuttavia, essi lo insidiano per distruggerlo.
I suoi nemici hanno il cuore indurito ad ogni luce di verità, e parlano con arroganza, quasi potessero accampare ragioni contro di lui: “Il loro animo è insensibile, le loro bocche parlano con arroganza”.
C’è un persecutore, che ha coinvolto altri, e l’orante chiede al Signore che con la sua spada (la sua Parola) lo abbatta, così da essere liberato dai malvagi: “con la tua spada liberami dal malvagio, con la tua mano, Signore, dai mortali”. Ma dopo avere domandato questo, cambia modo di porsi dinanzi ai suoi persecutori; ora domanda a Dio che sazi “il loro ventre”, e ne avanzi per i loro figli e nipoti. “Ne avanzi”, perché essi nel loro egoismo pensano solo a se stessi e solo quando c’è abbondanza ne danno anche a figli e nipoti.
Il salmista invoca per loro ogni bene materiale. Per lui, invece, la contemplazione del volto di Dio, cioè della sua potenza e misericordia, per mezzo della pratica della giustizia, che è amare Dio e il prossimo. Per lui nel risveglio, nella vittoria dell’alba sul buio della notte, la contemplazione del Santuario dove è presente la gloria di Dio: “della tua immagine”. L’immagine è nel significato plenior Cristo. Nel giorno della felice aurora dell’avvento messianico, il giusto si sazierà della presenza del Verbo incarnato, immagine del Padre (Gv 12,45; 2Cor 4,4; Col 1,15)
Commento tratto da “Perfetta Letizia” i

Dalla seconda lettera di S.Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.
Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno.
Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.
2Ts 2,16-3,5

Paolo continuando la sua lettera ai Tessalonicesi, dopo aver introdotto l'argomento riguardante i falsi presagi riguardanti il ritorno glorioso di Gesù Cristo, descrive i segni premonitori di questo arrivo e li mette in guardia per non cadere in tale inganno. Egli però loda i Tessalonicesi poiché sono stati la primizia, cioè tra i primi ad aderire alla fede in Cristo e li esorta a mantenere ferma questa fede e le tradizioni che hanno ricevuto. Nel brano che abbiamo Paolo chiede al Signore che li aiuti a rimanere fedeli alla loro vocazione di cristiani.
“lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene”.
Paolo rivolge una supplica al Signore Gesù e a Dio Padre chiedendo loro che sostengano il cammino dei cristiani di Tessalonica. Il cammino di fedeltà cristiana è frutto della volontà umana ma anche dell'intervento rafforzante della grazia divina. Il Signore non mancherà di fare la Sua parte perché ci ha amati fin dal principio e ricolmati di ogni bene. Rafforzati dal Suo aiuto possiamo fare del bene testimoniandolo nelle nostre azioni buone
“Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti.”
Dopo aver pregato per i cristiani e aver assicurato loro l'aiuto del Signore, Paolo a sua volta si affida alle preghiere dei fratelli esortandoli a pregare l’uno per l’altro. E' una forma importante di solidarietà e fraternità cristiana.. Si può intuire sullo sfondo di queste parole la persecuzione che i predicatori del Vangelo stanno sopportando. Il Vangelo è segno di contraddizione nel mondo, che viviamo anche noi oggi, e non in tutti suscita la fede, anzi può sollevare ostilità e persecuzioni.
“Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo.”
Abbandonarsi nel Signore è sempre possibile, in qualsiasi momento perché Egli è fedele, perciò persegue coerentemente la Sua azione iniziata a favore dei credenti. Gesù agirà sostenendo la loro fede e proteggendoli da ogni influsso negativo. A partire da questa fiducia riposta nel Signore, si può anche guardare con serenità il futuro
“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”-
Il brano si conclude con un voto benedicente affinché il Signore diriga chi si è affidato a Lui sul sentiero segnato dal Suo amore
La preghiera è l’atteggiamento fondamentale del credente. Essa non consiste in una pressione esercitata su Dio perché faccia quello che noi vogliamo, ma piuttosto in un mettersi in sintonia con le modalità del Suo agire nel mondo.
Se Dio non avesse per primo manifestato il Suo amore, non sarebbe possibile pregarlo. La preghiera porta conforto e consolazione perché si basa sul riconoscimento della fedeltà di Dio, il quale non permette che il credente sia privato di tutto ciò che gli è necessario per combattere contro la potenza del male.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Lc 20, 27-38

Luca, dopo il lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, in cui ha inserito molti racconti e soprattutto detti di Gesù, ora riporta che Gesù, una volta entrato trionfalmente a Gerusalemme (Lc 19,29-39) si dedica apertamente alla predicazione e all'insegnamento. I sommi sacerdoti e gli scribi, il partito aristocratico-conservatore, sostenuto soprattutto dall’alto clero giudaico, come era loro solito, cercavano un pretesto per farlo arrestare. Per questo motivo in questi suoi ultimi giorni Gesù viene spesso provocato su questioni talvolta marginali, poste proprio per indurlo in inganno. Una di queste è narrata nel brano di oggi che inizia riportando: che “si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda:”
Questo episodio, narrato anche da Marco, (12,18-27) è l'unico in cui i sadducei vengono citati, di solito però essi fanno parte del gruppo degli scribi e dei sommi sacerdoti.
Il partito dei sadducei si richiamava a Zadòk. i cui discendenti erano gli unici riconosciuti come sacerdoti legittimi (Ez 44,15). Concentravano la propria azione nel tempio e nella politica e godevano di poca considerazione presso il popolo (al contrario dei farisei). Erano decisamente dei conservatori: non accettavano la tradizione orale e si sottomettevano letteralmente all'autorità del Pentateuco e poiché i libri di Mosè non parlano di risurrezione, i sadducei la contestavano. I sadducei scomparvero dalla storia d'Israele quando fu distrutto il Tempio (70 d.C.).
La questione della risurrezione era di attualità; infatti solo a partire dal II secolo a. C. (con i fatti narrati nei libri dei Maccabei), si diffuse in Israele la fede nella risurrezione personale. Questi sadducei dunque si avvicinano a Gesù con intento polemico e gli pongono questa stravagante casistica ispirata alla legge del Levirato: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”.
I sadducei citano la legge del levirato, previsto da Dt 25,5-10. Era una prassi comune ad altri popoli dell'Antico Oriente (come gli Assiri e gli Ittiti) ed era poi entrata a far parte anche della legge di Israele. Alla base di questa legge emerge il forte desiderio di sopravvivere nei figli e di dare una continuità alla famiglia e alla stirpe. L'espressione "Mosè ci ha prescritto " mostra che i sadducei considerano Mosè il mediatore tra Dio e il popolo, e che essi conoscono la validità attuale di tale prescrizione.
“C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna”.
Dopo la citazione della legge, i sadducei espongono un caso paradossale: una donna diventa successivamente la moglie di sette fratelli che muoiono tutti senza figli. La storia è raccontata in modo intenzionalmente esagerato.
“La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.
I sadducei dimostrano così di pensare che la risurrezione sia un puro e semplice ritorno alla vita precedente, per cui la risurrezione non può aver luogo poiché renderebbe Dio responsabile di situazioni che, come quella di una donna con sette mariti, sono tassativamente escluse dalla legge di Mosè.
Gesù drasticamente spezza subito questa rete di minuzie teologiche e va dritto al cuore del problema, mostrando il vuoto e la banalità di quella religiosità così meschina rispondendo loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito:”
Con questa risposta Gesù dà un insegnamento che denuncia la visione materiale della vita futura e si si serve di una distinzione giudaica per mettere in contrasto due condizioni di vita di vita perché nel mondo presente, il matrimonio è necessario per la.
sopravvivenza dell'umanità, perché l'uomo è mortale, mentre nel mondo futuro tale realtà non servirà più perché l'uomo avrà raggiunto l'immortalità.
Gesù afferma quindi che la condizione dell’esistenza nella vita futura è totalmente diversa da quella attuale perché sarà una vita immortale presso Dio. I risorti, di conseguenza, non hanno più bisogno dell'attività sessuale per la procreazione.
“infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”. Con questo versetto l'evangelista lega la fine dell'attività sessuale nell'aldilà con l'idea di immortalità e con l'affermazione dell'uguaglianza con gli angeli. L'immortalità (e non per esempio non avere il corpo) è dunque la caratteristica dell'essere come gli angeli: di qui la temporaneità del matrimonio.
Il giudaismo non ignora il paragone tra gli eletti e gli angeli perciò sorprende che Gesù lo utilizzi nei confronti dei sadducei che non credevano nemmeno all'esistenza degli angeli.
Infine con l’espressione “infatti non possono più morire” Luca ricorda che i salvati non solo sono simili agli angeli, ma sono veramente figli di Dio, introdotti nella vita divina, grazie alla risurrezione. Partecipando alla risurrezione di Cristo gli uomini entrano in comunione con la filiazione divina di Cristo stesso.
Nella tradizione cristiana questo testo ha qualche volta provocato una certa svalutazione del matrimonio e della sessualità perché si tendeva a identificare la vita di risurrezione con uno stato “angelico”. Ma l'essere come gli angeli non significa che la natura dell'uomo viene trasformata in quella angelica perché l'uomo risorto non è privato della sua umanità. Ciò che qui si vuole dimostrare è il superamento del rapporto sessuale nel futuro escatologico, visto che l'uomo sarà immortale. La mascolinità e la femminilità non si esauriscono nel matrimonio e quindi nella funzione puramente procreativa, ma esistono in vista della comunione delle persone: quest'ultima realtà, già possibile sulla terra, raggiungerà perfetto compimento e dinamicità nella vita di risurrezione.
“Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”.
Dopo aver confutato la promessa dei sadducei, Gesù porta un argomento positivo a favore della risurrezione, richiamandosi all'autorità di Mosè, autorità che anche i sadducei riconoscono. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio che ha concluso un'alleanza con i patriarchi: Egli ha preso l'iniziativa gratuita di essere loro sostegno e salvatore, non può quindi abbandonarli nella morte.
“Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.
Luca termina esaltando un Dio capace di vincere la morte, perché Egli è sempre il Dio dei patriarchi che, anche se morti, vivranno e per Luca già vivono!. E' nella risurrezione di Gesù che il Dio dei patriarchi dimostra di essere veramente il Dio dei viventi.
Come conclusone si può dire che Gesù ci fa anche comprendere che il legame di vita e di amore formatosi tra il credente e Dio, già durante l’esistenza terrena, non può terminare, anzi giunge a compimento quando arriveremo davanti a Lui, che è l’Eterno vivente. Ciò non vuol dire che i rapporti terreni (tra marito e moglie, genitori e figli, tra amici) saranno dimenticati, perché tutto ciò che è stato amore vivrà sempre, ma con una intensità e purezza sconosciute quaggiù. Ogni rapporto di amore nato su questa terra non potrà terminare con la morte, che non è la fine, ma l’inizio della vita vera che non conosce tramonto.

 

*****

“L’odierna pagina evangelica ci offre uno stupendo insegnamento di Gesù sulla risurrezione dei morti.
Gesù viene interpellato da alcuni sadducei, i quali non credevano nella risurrezione e perciò lo provocano con un quesito insidioso: di chi sarà moglie, nella risurrezione, una donna che ha avuto sette mariti successivi, tutti fratelli tra loro, i quali uno dopo l’altro sono morti?
Gesù non cade nel tranello e replica che i risorti nell’al di là «non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio». Così risponde Gesù.
Con questa risposta, Gesù anzitutto invita i suoi interlocutori – e anche noi – a pensare che questa dimensione terrena in cui viviamo adesso non è l’unica dimensione, ma ce n’è un’altra, non più soggetta alla morte, in cui si manifesterà pienamente che siamo figli di Dio.
Dà grande consolazione e speranza ascoltare questa parola semplice e chiara di Gesù sulla vita oltre la morte; ne abbiamo tanto bisogno specialmente nel nostro tempo, così ricco di conoscenze sull’universo ma così povero di sapienza sulla vita eterna.
Questa limpida certezza di Gesù sulla risurrezione si basa interamente sulla fedeltà di Dio, che è il Dio della vita. In effetti, dietro l’interrogativo dei sadducei se ne nasconde uno più profondo: non solo di chi sarà moglie la donna vedova di sette mariti, ma di chi sarà la sua vita. Si tratta di un dubbio che tocca l’uomo di tutti i tempi e anche noi: dopo questo pellegrinaggio terreno, che ne sarà della nostra vita? Apparterrà al nulla, alla morte?
Gesù risponde che la vita appartiene a Dio, il quale ci ama e si preoccupa tanto di noi, al punto di legare il suo nome al nostro: è «il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». La vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà. Al contrario, non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a se stessi e di vivere come isole: in questi atteggiamenti prevale la morte. È l’egoismo. Se io vivo per me stesso, sto seminando morte nel mio cuore.
La Vergine Maria ci aiuti a vivere ogni giorno nella prospettiva di quanto affermiamo nella parte finale del Credo: «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Aspettare l’al di là.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 10 novembre 2019

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci portano a confrontare la ricchezza umana e la carità divina e capire che il regno di Dio capovolge i valori del mondo. C’è un detto rabbinico che dice: “Com’è facile per un uomo povero confidare in Dio ed essere da Lui accolto! Com’è difficile per un ricco confidare in Dio. Tutti i suoi beni gli gridano: Confida in me!”
Nella prima lettura, il profeta Amos, colpisce con sarcasmo le vergogne delle alte classi di Samaria, la capitale del regno settentrionale di Israele. Il lusso ostentato e la corruzione sono un oltraggio a chi soffre, e attirano castigo e rovina “gli spensierati di Sion”
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo concludendo la sua prima lettera a Timoteo, esorta a combattere la buona battaglia della fede e a perseverare nella speranza e nella carità con animo sereno e forte.
Nel Vangelo di Luca, viene proposta una celebre parabola, l’unica di Gesù ad avere un personaggio con un nome proprio, Lazzaro, che in ebraico vuol dire:” Dio aiuta”. La parabola sottolinea l’importanza del buon uso delle ricchezze e della premura verso i bisognosi. Insegna che con la morte c’è il giudizio personale, che non potrà più essere modificato.

Dal libro del profeta Amos
Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri
sulla montagna di Samaria!
Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge
e i vitelli cresciuti nella stalla.
Canterellano al suono dell’arpa,
come Davide improvvisano su strumenti musicali;
bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei dissoluti.
Am 6,1a.4-7


Nel libro di Amos, ci sono una serie di oracoli contro Israele e in questo brano il profeta denuncia le colpe di un gruppo privilegiato, i notabili della “casa d'Israele”, ed inizia con questa esclamazione: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! “
L'espressione “spensierati di Sion” indica una categoria di persone che si trovano a loro agio, senza preoccupazione, e la loro sicurezza sta nel fatto che risiedono in Sion, cioè in Gerusalemme, dove si trova il tempio di DIO. La denunzia del profeta cade dunque su una certa categoria di abitanti sia del regno di Giuda che di quello di Israele.
Il primo rimprovero riguarda i festini a cui partecipano: “Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla ”.
Si tratta dunque di persone che appartengono alle classi più abbienti e politicamente influenti, e la descrizione dei cibi fa pensare che essi li prendono direttamente dal meglio del gregge e della stalla. Oltre che sdraiarsi pigramente nei loro banchetti, coloro a cui si rivolge Amos “Canterellano al suono dell’arpa,come Davide improvvisano su strumenti musicali”. Infine le persone in questione: “bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.”
Dopo la descrizione del comportamento dei benestanti in Sion e a Samaria, il profeta pronunzia la condanna: “Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.” Introdotta dal minaccioso “perciò” la conclusione è l'annunzio dell'esilio d'Israele. Gli esiliati che vanno in testa sono infatti”i notabili” mentre il popolo era probabilmente in buona parte risparmiato dall'esilio, per ragioni non certo umanitarie, ma pratiche ed economiche.
Il profeta critica dunque duramente la corruzione di una classe dirigente che trae vantaggio dalla propria posizione sociale (situazione sempre attuale anche ai nostri giorni). Ciò che al profeta sta a cuore non è tanto la giusta distribuzione del benessere economico, ma il senso di responsabilità che dovrebbero avere coloro che sono a capo di una nazione. Di fronte a questa superficialità dettata dall’egoismo, il profeta annunzia come castigo la conquista nemica e l’esilio. Quando questo evento capiterà, proprio loro saranno i primi a essere colpiti, ma sono stati loro stessi ad aver provocato la propria rovina.
Su questo sfondo il messaggio del profeta è un invito a cambiare mentalità e ad assumere fino in fondo le proprie responsabilità, un invito sempre vivo ed attuale.

Salmo 112 - Benedetto il Signore che rialza il povero.

Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
da ora e per sempre.

Su tutte le genti eccelso è il Signore,
più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto
e si china a guardare
sui cieli e sulla terra?

Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi,
tra i prìncipi del suo popolo.

Per due volte il salmo invita a lodare “il nome del Signore”, al cui confronto ogni altro nome è niente. Niente quello delle schiere angeliche; niente quello dei potenti della terra; meno di niente quello costruito attorno agli inesistenti dei: “Su tutte le genti eccelso è il Signore... Chi è come il Signore, nostro Dio...?”.
“Il nome del Signore”, significa la grandezza, la potenza, la maestà regale, la sua giustizia, ciò che egli è e che deve essere riconosciuto dagli uomini. La “sua gloria” è inarrivabile, immensa, mai oscurabile da alcuno: “Più alta dei cieli è la sua gloria”. Egli è l'Altissimo che “si china a guardare sui cieli (ndr. cioè la corte celeste) e sulla terra (ndr. cioè gli uomini). Egli agisce mirabilmente nella storia sollevando “dalla polvere il debole” e “dall'immondizia rialza il povero”. Il salmo guarda ai giudici, tratti dal popolo e innalzati tra i capi delle varie tribù di Israele.
Egli dà gioia alla sterile rendendola “madre gioiosa di figli”. Qui il salmo guarda a Rebecca (Gn 25,21, alla madre di Sansone (Gdc 13,2), ad Anna, la madre di Samuele (1sam 1,11). Con ciò sembrerebbe di poter collocare la composizione del salmo al tempo dei giudici, ma potrebbe essere stato composto anche dopo.
Il salmo ha un netto riferimento al cantico di Anna (1Sam 2,1s), per molte espressioni: “Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio” (2,2); “La sterile ha partorito sette volte” (2,5); “Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili” (2,8).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio.
Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.
Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti.
Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità.
Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
1Tm 2,1-8

Con questo brano, con il quale termina la 1^lettera a Timoteo, Paolo oppone all’ideale di vita dei falsi cristiani, (trattata nei versetti precedenti 6,3-10) l’elevatezza morale dei veri discepoli di Cristo, che Timoteo, come vescovo, deve rendere palese con la propria vita.
E’ la prima esortazione che Paolo dà a Timoteo: “Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà,alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza.” E’ una lista di sei virtù contrapposte ai vizi dei falsi maestri menzionati nel bravo precedente. Il primo abbinamento “giustizia-pietà” indica i rapporti corretti con Dio e con gli uomini. Seguono tre virtù strettamente collegate tra loro, la fede, la carità e la pazienza, che indica la capacità di resistere alle prove, la pazienza che, corrisponde alla speranza.
Con l'immagine sportiva della lotta si entra nella parte centrale e più originale della lettera:
“Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni”.
L’uomo di Dio, che può essere il responsabile della comunità, ma anche il semplice cristiano, deve affrontare con decisione incondizionata la gara o la lotta, come un autentico campione, anzitutto per raggiungere la meta alla quale è stato chiamato, cioè la vita eterna, inoltre deve essere coerente con gli impegni presi quando ha fatto la sua professione di fede, che diventa anche impegno di vita.
L’esortazione termina con un ordine drastico e tassativo:
Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo … .
Paolo qui ha inserito un frammento del credo primitivo dentro la cornice dell'esortazione e ciò gli permette di esortare con maggiore intensità il discepolo davanti al Dio che dà la vita e a Gesù Cristo.
Prima di terminare la lettera, Paolo fa un ritratto del ricco cristiano (brano non inserito nella liturgia), ma che è bene meditarlo per il profondo insegnamento che lascia:
“Ai ricchi in questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, di non riporre la speranza sull’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché ne possiamo godere; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera. 1Tm 6, 17-19

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo,e Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”.
Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Lc 16,19-31

Dopo la parabola dell’amministratore scaltro di domenica scorsa, oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro, conosciuta anche come del “ricco epulone”.
Il racconto, che è riportato solamente da Luca, inizia con la presentazione dei due protagonisti: “C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente … Si tratta quindi di una persona che ha molti soldi e si serve dei suoi beni per godersi la vita, senza pensare ad altro. Non si dice il nome del ricco: ciò significa che egli non ha una personalità, ma è solo un tipo che ama mangiare e spassarsela.
Luca poi presenta il secondo personaggio: “Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe”.
Si tratta dunque di un povero, che vive chiedendo l’elemosina: alla povertà si unisce dunque la vergogna della dipendenza dalla pietà degli altri. Diversamente da quando avviene per il ricco, del povero viene detto il nome, “Lazzaro”, che significa “Dio aiuta”. Mediante il nome si mette quindi in luce non solo l’importanza di questa persona, ma anche il fatto che Dio non si dimentica dei miseri ma si prenda cura di loro. Di Lazzaro si dice semplicemente che giace presso l’atrio del ricco, è coperto di piaghe e desidera saziarsi di ciò che cade dalla sua tavola. Il dettaglio dei cani che leccano le sue piaghe non vuole dire che il sollievo a lui negato dagli uomini gli viene prestato dagli animali, ma piuttosto che anche gli animali riescono a mostrare attenzione alla la sua sofferenza. Il confronto tra questi due personaggi tende a presentare il primo come uno che, al di là delle modalità con cui si è procurato le sue ricchezze, è un egoista, tutto dedito al godimento dei suoi beni, senza alcun interesse per chi è nel bisogno. In contrasto con le esortazioni di Gesù riportate precedentemente, viene evidenziato che egli non invita certo i poveri alla sua tavola.
Contrariamente alle convinzioni del suo tempo, per Gesù la ricchezza non è dunque un segno della benevolenza di Dio e la povertà un castigo, ma viceversa è la povertà che attira su chi la subisce l’attenzione e l’aiuto di Dio.
Dopo aver delineato i personaggi, Gesù racconta che cosa capita loro:
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo,e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Mentre dunque Lazzaro, alla sua morte, viene portato dagli angeli, cioè per un intervento diretto di Dio, nel luogo in cui risiedono i padri di Israele ed è reso partecipe con Abramo della loro beatitudine, il ricco va semplicemente a finire sotto terra, magari dopo un sontuoso funerale
L’Ade (she’ol per gli ebrei), dove va a finire il ricco, è la dimora dei morti, solitamente concepita come un luogo sotterraneo dove costoro conducono una vita amorfa, priva d’ogni gioia (Is 14,8-11); qui invece con questo termine viene designata la “geenna”, il luogo in cui gli empi sono afflitti da orribili tormenti (Is 66,24; Sir 21,9-10). La situazione del ricco appare tanto più drammatica in quanto egli ha la possibilità di vedere Abramo e Lazzaro nel suo seno, ma mentre Lazzaro stava in silenzio alla porta della sua casa, il ricco si rivolge ad Abramo: e gli chiede di inviare Lazzaro per portargli anche solo una goccia d’acqua per rinfrescargli la lingua.. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. Chiamandolo “figlio”, Abramo riconosce il ricco come suo discendente, membro del popolo eletto, ma gli dichiara l’assoluta impossibilità di portargli soccorso: non basta essere figli di Abramo per ottenere la salvezza. Il ricco ha ricevuto in vita i suoi beni e Lazzaro i suoi mali. Ora la situazione si è capovolta: adesso Lazzaro è consolato ed egli è torturato. A questo punto il ricco replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.
Questa parabola potrebbe anche venire interpretata come un invito ai poveri a sopportare passivamente la loro situazione in vista di un premio nell’aldilà, invece riguarda il buon uso dei beni di questo mondo nella prospettiva del regno di Dio. Mentre l’amministratore infedele era stato additato come modello per aver saputo farsi amici con l’ingiusta ricchezza, il ricco di questa parabola è l’esempio di chi ne usa nel modo più sbagliato. Egli non è condannato in quanto ricco, ma perché si è mostrato insensibile verso il prossimo. Nella parabola non si esalta la povertà, come se fosse il biglietto d’ingresso nel regno dei cieli, ma si raccomanda ai ricchi di farsi carico fraternamente dei poveri e dei sofferenti, pena il loro fallimento non solo come credenti, ma anche come esseri umani.
Con questa parabola Gesù intende anche sottolineare la validità dell’AT (Legge e Profeti). Gesù non ha mai inteso mettere in discussione la legge, ma semplicemente l’ha portata a compimento, dando con le Sue parole e la Sua vita una chiave di lettura molto precisa. Egli ha insegnato ad andare al cuore della legge, mettendo in secondo piano tutto ciò che non ha riferimento diretto con l’amore.
Raccontando la parabola ai cristiani del suo tempo, Luca propone loro uno spunto di riflessione sulla propria fede: essi devono credere alle parole di Gesù non solo perché egli è risuscitato dai morti, ma perché, sia in vita che in morte, è stato fedele fino in fondo alla volontà di Dio contenuta nelle Scritture.

 

*****

“Desidero soffermarmi con voi oggi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. La vita di queste due persone sembra scorrere su binari paralleli: le loro condizioni di vita sono opposte e del tutto non comunicanti. Il portone di casa del ricco è sempre chiuso al povero, che giace lì fuori, cercando di mangiare qualche avanzo della mensa del ricco. Questi indossa vesti di lusso, mentre Lazzaro è coperto di piaghe; il ricco ogni giorno banchetta lautamente, mentre Lazzaro muore di fame. Solo i cani si prendono cura di lui, e vengono a leccare le sue piaghe. Questa scena ricorda il duro rimprovero del Figlio dell’uomo nel giudizio finale: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero […] nudo e non mi avete vestito» (Mt25,42-43). Lazzaro rappresenta bene il grido silenzioso dei poveri di tutti i tempi e la contraddizione di un mondo in cui immense ricchezze e risorse sono nelle mani di pochi.
Gesù dice che un giorno quell’uomo ricco morì: i poveri e i ricchi muoiono, hanno lo stesso destino, come tutti noi, non ci sono eccezioni a questo. E allora quell’uomo si rivolse ad Abramo supplicandolo con l’appellativo di “padre”. Rivendica perciò di essere suo figlio, appartenente al popolo di Dio. Eppure in vita non ha mostrato alcuna considerazione verso Dio, anzi ha fatto di sé stesso il centro di tutto, chiuso nel suo mondo di lusso e di spreco. Escludendo Lazzaro, non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio. C’è un particolare nella parabola che va notato: il ricco non ha un nome, ma soltanto l’aggettivo: “il ricco”; mentre quello del povero è ripetuto cinque volte, e “Lazzaro” significa “Dio aiuta”. Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo.
Nella seconda parte della parabola, ritroviamo Lazzaro e il ricco dopo la loro morte . Nell’al di là la situazione si è rovesciata: il povero Lazzaro è portato dagli angeli in cielo presso Abramo, il ricco invece precipita tra i tormenti. Allora il ricco «alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui». Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. - Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono - Prima gli negava pure gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere! Crede ancora di poter accampare diritti per la sua precedente condizione sociale. Dichiarando impossibile esaudire la sua richiesta, Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e la porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, spalancare la porta, aiutare Lazzaro, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa. Anche per Dio. E questo è terribile.
A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice Gesù. Così nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza, in cui Cristo unisce la povertà alla misericordia. “
Papa Francesco Udienza Generale del 18 maggio 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci insegnano quale uso deve fare il cristiano della propria ricchezza per poterne disporre con saggezza e generoso distacco tenendo sempre presente che il denaro è un mezzo e non un fine.
Nella prima lettura, il profeta Amos, “ex coltivatore di sicomori” denuncia con forza e coraggio i notabili del paese sfruttatori dei miseri. Questi oppressori – politici corrotti – sono ritratti proprio mentre stanno escogitando le loro infami macchinazioni.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando a scrivere a Timoteo, afferma che è compito del responsabile della comunità cristiana animare e presiedere la preghiera liturgica. E’ nella volontà di Dio – afferma l’apostolo – che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità, e cioè nell’accoglienza dell’unico mediatore tra Dio e gli uomini: Cristo Gesù.
Nel Vangelo di Luca, viene proposta una parabola un po’ originale quella di un amministratore scorretto che fu accusato dal suo padrone di sperperare i suoi averi. L’uomo prima di essere licenziato agisce con scaltrezza procurandosi con i beni terreni la sicurezza di un futuro più sicuro. Il padrone riconosce la scaltrezza del suo amministraoree e loda, non la disonestà, ma l’abilità nel maneggiare il denaro. Gesù commenta: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”. E aggiunge “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.” . Il cristiano non è chiamato a cedere senza alcun senso i beni materiali che possiede, ma a servirsene in funzione di un bene più grande che è il regno di Dio.

Dal libro del profeta Amos
Il Signore mi disse:
Ascoltate questo,
voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: "Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo l’efa e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano".
Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:
certo non dimenticherò mai tutte le loro opere.
Am 8,4-7

Amos è stato uno dei profeti minori di Israele. Era nato in un villaggio non lontano da Betlemme e visse al tempo di Geroboamo II re di Israle (783-743 a.C). Era un semplice contadino-mandriano, e fu chiamato improvvisamente dal Signore mentre seguiva il gregge, come egli stesso lo racconta nel suo Libro (v.7,14-15) . Gli fu affidata la missione di predicare nei due regni e di ammonire il popolo e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità, in un tempo in cui la prosperità cresceva nel regno di Israele. In particolare fece pressioni sui sacerdoti e sui potenti che con la loro astuzia camuffavano abilmente le ingiustizie contro i poveri. Le sue predicazioni contro i costumi del tempo gli procurarono forti inimicizie, visto che fu anche espulso dalla città di Betel dal re Geroboamo su istigazione del sacerdote Amasia. Molti sono i passi nel suo libro dove si ammonisce il ricco e dove si condanna la religiosità esteriore. Le sue profezie di sventura per una mancata conversione troveranno compimento nell'abbattimento del regno del nord da parte degli Assiri e nella conseguente deportazione del popolo di Israele e dei suoi notabili nel 722 a.C.
E’ impressionante come descrive al cap.5 il giorno del Signore: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che sarà per voi il giorno del Signore? Sarà tenebre e non luce. Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde. Non sarà forse tenebra e non luce il giorno del Signore,e oscurità senza splendore alcuno? (Am 5,18-20)
Il brano che la liturgia ci propone, inizia con una esortazione: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese,… I destinatari dell’esortazione sono coloro che “calpestano i poveri” e “gli umili del paese” i quali, a causa della loro situazione sociale, non riescono a far valere i loro diritti.
Il profeta riporta i discorsi degli oppressori “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano“. In questi versetti (sempre attuali anche ai giorni nostri) si può avere un’idea di come si possano attuare delle operazioni disoneste per arrivare a guadagnare sempre di più, non solo ma c’è anche la denuncia di coloro che si approfittano dei riti religiosi e sopportano con insofferenza i giorni liturgici del riposo come la festa mensile del novilunio o quella settimanale del sabato perché spezzano il ritmo frenetico dei loro affari.
Ma il punto più vergognoso è che sul mercato di Samaria i poveri sono oggetto di trattativa economica per la loro riduzione in schiavitù e il loro prezzo non supera quello di un paio di sandali!
Il profeta ora riporta il giuramento finale di Dio o «certo non dimenticherò mai tutte le loro opere».
Dio non vuole qualcosa per se stesso, ma tutto quello che Gli è offerto deve servire al bene di tutti.
All’origine di questa preoccupazione tipica dei profeti sta l’esperienza dell’alleanza, dalla quale scaturisce un rapporto comunitario fondato sulla fede nell’unico Dio, che esige non solo che ai più poveri sia data la garanzia di ottenere i mezzi che sono necessari per la loro sopravvivenza, ma anche che sia difesa la loro libertà e la possibilità di condividere con gli altri i beni che Dio ha messo a disposizione del suo

Salmo 112 - Benedetto il Signore che rialza il povero.

Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
da ora e per sempre.

Su tutte le genti eccelso è il Signore,
più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto
e si china a guardare
sui cieli e sulla terra?

Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi,
tra i prìncipi del suo popolo.

Per due volte il salmo invita a lodare “il nome del Signore”, al cui confronto ogni altro nome è niente. Niente quello delle schiere angeliche; niente quello dei potenti della terra; meno di niente quello costruito attorno agli inesistenti dei: “Su tutte le genti eccelso è il Signore... Chi è come il Signore, nostro Dio...?”.
“Il nome del Signore”, significa la grandezza, la potenza, la maestà regale, la sua giustizia, ciò che egli è e che deve essere riconosciuto dagli uomini. La “sua gloria” è inarrivabile, immensa, mai oscurabile da alcuno: “Più alta dei cieli è la sua gloria”. Egli è l'Altissimo che “si china a guardare sui cieli (ndr. cioè la corte celeste) e sulla terra (ndr. cioè gli uomini). Egli agisce mirabilmente nella storia sollevando “dalla polvere il debole” e “dall'immondizia rialza il povero”. Il salmo guarda ai giudici, tratti dal popolo e innalzati tra i capi delle varie tribù di Israele.
Egli dà gioia alla sterile rendendola “madre gioiosa di figli”. Qui il salmo guarda a Rebecca (Gn 25,21, alla madre di Sansone (Gdc 13,2), ad Anna, la madre di Samuele (1sam 1,11). Con ciò sembrerebbe di poter collocare la composizione del salmo al tempo dei giudici, ma potrebbe essere stato composto anche dopo.
Il salmo ha un netto riferimento al cantico di Anna (1Sam 2,1s), per molte espressioni: “Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio” (2,2); “La sterile ha partorito sette volte” (2,5); “Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili” (2,8).
Commento tratto da “Perfetta Letizia”

Dalla prima lettera di S.Paolo a Timoteo
Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio.
Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.
Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità.
Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
1Tm 2,1-8

Paolo continuando la sua lettera a Timoteo, dopo aver parlato della propria esperienza di peccatore perdonato e inviato ad annunciare il Vangelo, esorta Timoteo a perseverare nella fede e in questo capitolo esorta la comunità cristiana, di cui Timoteo è guida, alla preghiera .
“raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini”, Paolo comincia a dare disposizioni in particolare per preghiere fatte comunitariamente. La preghiera che lui consiglia ha un respiro universale perché se si è in grado di pregare per tutti, vuol dire che si è superato lo spirito di setta o di casta che forse poteva aver caratterizzato le comunità cristiane dei primi tempi.
Il Vangelo di Gesù è universale, è rivolto a tutte le genti e i veri cristiani sono chiamati a tener conto nella propria preghiera di tutti i popoli, di chiedere a Dio la salute e la prosperità per tutti, a ringraziare per i benefici che Dio ha donato anche agli altri.
“per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.
Certamente ci potrebbe stupire questa preghiera rivolta a Dio per coloro che stanno al potere. Il senso di questa preghiera ci viene chiarito nella seconda parte del versetto: “perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”. La preghiera per l'autorità pubblica dunque ha lo scopo di ottenere la realizzazione dell'ordine, della prosperità e della pace. Sono i frutti del buon governo, il quale permette anche che ognuno possa avere una vita ”dedicata a Dio ”. Ciò che stupisce è che non si chiede la conversione dei rappresentanti del potere pagano, né un riconoscimento speciale per le comunità cristiane, ma bensì che sia salvaguardato il bene pubblico, nella tolleranza reciproca.
“Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”.
Anche il Signore vuole che i cristiani vivano con serenità e pace la loro fede. Egli è venuto a portare la spada, nel senso che è necessario decidersi per Lui senza incertezze, ma poi non chiede che la vita cristiana sia una vita di conflitti continui. Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e questo si realizza attraverso una vita serena, che rende possibile una testimonianza coerente che possa attirare anche altri, ricercatori della verità, a ad abbracciare la fede cristiana.
“Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù,”
Le esortazioni alla preghiera e a una vita sociale ordinata conducono ad una professione di fede (presa forse dalla liturgia della comunità). La novità di questa affermazione non è tanto nell'unicità di Dio, ma in quella che Gesù è mediatore tra Dio e gli uomini. Questo concetto si trova solo nella lettera agli Ebrei, (Eb 2,5) inserito nel nuovo patto.
La mediazione di Gesù ha la sua forza soprattutto nei confronti degli uomini, che Paolo lo sottolinea nei versetti seguenti:”che ha dato se stesso in riscatto per tutti.”
Paolo ci tiene a ricordare che questa “testimonianza egli (Cristo) l’ha data nei tempi stabiliti,” ossia è avvenuta in un momento storico ben preciso. C'è un chiaro riferimento al progetto di salvezza di Dio, che non ha lasciato niente al caso.
“e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità”.
Nella realizzazione di questo progetto rientra anche il compito missionario di Paolo. Egli ci tiene a ricordare l'impegno che il Signore gli ha dato. I tre sostantivi sono molto importanti: “messaggero, apostolo, maestro dei pagani” preceduti dal solenne giuramento: “dico la verità.”
Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
Questa affermazione chiude il brano riprendendo le indicazioni sulla preghiera. Se prima si trattava soprattutto di una preghiera pubblica, ora le esortazioni riguardano qualsiasi momento di preghiera per ogni uomo. C'è anche un'indicazione "pratica", la preghiera con le mani alzate, che ritroviamo spesso nelle raffigurazioni delle catacombe. E' una preghiera che però va fatta con mani pure, cioè purificata da tutto ciò che rende l'uomo asservito alle passioni e non a Dio.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Lc 16 1-13

Siamo nella sezione del Vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù a Gerusalemme. Gesù aveva iniziato con l’invito ad entrare per la porta stretta, poi c’è stato un invito sul discepolato e il racconto delle tre parabole della misericordia.
Il capitolo 16 Luca lo dedica al tema dell'uso della ricchezza. Prima Gesù si rivolge ai discepoli con la parabola dell'amministratore disonesto. Luca usa parole molto forti verso chi usa egoisticamente i propri beni; probabilmente la sua comunità aveva molte ricchezze e non riusciva a trovare un equilibrio tra i beni materiali e le esigenze del Vangelo.
Il brano inizia riportando ciò che Gesù dice ai suoi discepoli:
“Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi”.
La parabola ci presenta un uomo ricco che aveva un amministratore. Questa era una situazione normale nella civiltà palestinese di allora, a volte il sistema del latifondo era esteso in Galilea e spesso era in mano a degli stranieri.
Il fatto che dà l'avvio all'azione, è l'accusa fatta all'amministratore di sperperare i beni del padrone, che “Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
Non si dice niente sulla fondatezza e le motivazioni dell'accusa, non si dice se è stato disonesto o negligente, si sa solo che di colpo l'amministratore si trova nei guai, per cui viene destituito e deve rendere conto della sua gestione! Questa espressione ci ricorda un po‘ quanto dice l’evangelista Matteo sul giudizio finale (Mt 12,36-37).
“L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
L’uomo si rende conto immediatamente che lo aspetta il licenziamento ed allora escogita dei rimedi per risolvere i suoi guai. A tal fine chiama i debitori del suo padrone e riduce drasticamente l’ammontare del loro debito: “i cento barili d’olio”, diventano cinquanta; “le cento misure di grano”, sono ridotte a ottanta. Confida così nella gratitudine dei beneficati dopo che il suo padrone lo avrà allontanato.
Sorprende tutti la reazione del padrone “che lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Il padrone loda, non la disonestà, ma l’abilità nel maneggiare il denaro perchè secondo l’uso allora tollerato in Palestina, l’amministratore aveva diritto a concedere prestiti con i beni del suo padrone e, poiché non era pagato, di compensarsi alterando l’importo del prestito sulla ricevuta, per poter usufruire, al tempo della restituzione, della differenza come di un avanzo che rappresentava il suo interesse.
Nel presente caso, qualche esperto fa notare che forse egli non aveva prestato in realtà che cinquanta barili d’olio e ottanta misure di grano: nell’adattare la ricevuta all’importo reale, l’amministratore scaltro si priva di un beneficio, per altro da usuraio, che aveva previsto. La sua “disonestà” non consiste dunque nella riduzione delle ricevute, la quale non è che una privazione dei suoi immediati interessi, abile manovra lodata dal suo padrone, ma nelle prevaricazioni precedenti che hanno causato il suo licenziamento.
Gesù continua commentando: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”. Il comportamento dei credenti, chiamati "figli della luce“ viene messo a confronto con quello dei "figli di questo mondo" (cioè coloro che agiscono secondo i criteri in uso fra i non-credenti).
La sentenza vede nell'agire dell'amministratore un esempio di come la gente di questo mondo si comporta nei propri affari, ed esprime l'augurio che i credenti siano altrettanto abili nelle cose che riguardano il Regno di Dio e le esigenze del Vangelo.
“Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”
Per l'evangelista Luca la vera interpretazione della parabola si legge in questo versetto, nel quale l'interesse si concentra sul buon uso della ricchezza, e raggiunge quindi una delle sue principali preoccupazioni Si tratta di un invito a sfruttare la ricchezza per farsi degli amici condividendola con i poveri. Alla morte, quando la ricchezza non sarà più di aiuto, questi poveri aiuteranno i loro benefattori ad entrare in cielo.
Seguono poi delle massime: “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti”;
L'argomento cambia: non è più questione di dare la ricchezza ai poveri, ma di amministrarla bene, in riferimento al comportamento dell'amministratore della parabola ora giudicato negativamente. Il versetto prende dunque in considerazione l'agire riprovevole dell‘amministratore e vede nella sua disonestà il motivo del suo licenziamento. Però il contesto richiede di ampliare la visuale.
E' la scelta fondamentale di Dio senza compromessi che detta il comportamento da seguire nell'uso dei beni terreni. Allora, proprio la fedeltà o meno nell'uso della ricchezza che Dio ha affidato all'uomo risulta un esame adeguato della fedeltà a Dio.
“Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”
Questi versetti sono l'applicazione della massima precedente, fatta in forma di doppia domanda. E’ un incoraggiamento a non dimenticare il vero bene che aspetta il discepolo quando raggiungerà il regno di Dio. Per ottenerlo però il discepolo deve dimostrarsi fedele nell'uso su questa terra dei beni materiali, che non consiste in proficui investimenti economici, ma nel donare i propri beni a chi è veramente nel bisogno.
“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.
Si chiude il brano con una sentenza sapienziale che inizia come un proverbio: l'esperienza mostra che quando uno schiavo è a servizio di due padroni, egli immancabilmente finirà per servire l'uno meglio dell'altro.
L'incompatibilità non è tanto tra Dio e la ricchezza, ma nel cuore dell'uomo. E' il cuore, cioè le sue scelte fondamentali, che non deve essere diviso. Il pericolo della ricchezza è che l'uomo finisca con l‘amarla e allora sarà lei a diventare per lui un padrone esigente. Diceva bene Papa Leone XII (1823-1829) quando affermava: Il denaro è un ottimo servitore , ma un pessimo padrone .

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La parabola contenuta nel Vangelo di questa domenica ha come protagonista un amministratore furbo e disonesto che, accusato di aver dilapidato i beni del padrone, sta per essere licenziato.
In questa situazione difficile, egli non recrimina, non cerca giustificazioni né si lascia scoraggiare, ma escogita una via d’uscita per assicurarsi un futuro tranquillo. Reagisce dapprima con lucidità, riconoscendo i propri limiti: «Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno» ; poi agisce con astuzia, derubando per l’ultima volta il suo padrone. Infatti, chiama i debitori e riduce i debiti che hanno nei confronti del padrone, per farseli amici ed essere poi da loro ricompensato. Questo è farsi amici con la corruzione e ottenere gratitudine con la corruzione, come purtroppo è consuetudine oggi.
Gesù presenta questo esempio non certo per esortare alla disonestà, ma alla scaltrezza. Infatti sottolinea: «Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza», cioè con quel misto di intelligenza e furbizia, che ti permette di superare situazioni difficili. La chiave di lettura di questo racconto sta nell’invito di Gesù alla fine della parabola: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». Sembra un po’ confuso, questo, ma non lo è: la “ricchezza disonesta” è il denaro – detto anche “sterco del diavolo” – e in generale i beni materiali.
La ricchezza può spingere a erigere muri, creare divisioni e discriminazioni. Gesù, al contrario, invita i suoi discepoli ad invertire la rotta: “Fatevi degli amici con la ricchezza”. È un invito a saper trasformare beni e ricchezze in relazioni, perché le persone valgono più delle cose e contano più delle ricchezze possedute. Nella vita, infatti, porta frutto non chi ha tante ricchezze, ma chi crea e mantiene vivi tanti legami, tante relazioni, tante amicizie attraverso le diverse “ricchezze”, cioè i diversi doni di cui Dio l’ha dotato. Ma Gesù indica anche la finalità ultima della sua esortazione: “Fatevi degli amici con la ricchezza, perché essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Ad accoglierci in Paradiso, se saremo capaci di trasformare le ricchezze in strumenti di fraternità e di solidarietà, non ci sarà soltanto Dio, ma anche coloro con i quali abbiamo condiviso, amministrandolo bene, quanto il Signore ha messo nelle nostre mani.
Fratelli e sorelle, questa pagina evangelica fa risuonare in noi l’interrogativo dell’amministratore disonesto, cacciato dal padrone: «Che cosa farò, ora?» . Di fronte alle nostre mancanze, ai nostri fallimenti, Gesù ci assicura che siamo sempre in tempo per sanare con il bene il male compiuto. Chi ha causato lacrime, renda felice qualcuno; chi ha sottratto indebitamente, doni a chi è nel bisogno. Facendo così, saremo lodati dal Signore “perché abbiamo agito con scaltrezza”, cioè con la saggezza di chi si riconosce figlio di Dio e mette in gioco sé stesso per il Regno dei cieli.
La Vergine Santa ci aiuti ad essere scaltri nell’assicurarci non il successo mondano, ma la vita eterna, affinché al momento del giudizio finale le persone bisognose che abbiamo aiutato possano testimoniare che in loro abbiamo visto e servito il Signore."
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 22 settembre 2019

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la misericordia, che è il vero volto di Dio, ma questo volto può essere colto solo da coloro che riconoscono il carattere gratuito del Suo amore e si lasciano colmare dalla Sua grazia.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, leggiamo che Dio, per intercessione di Mosè, perdonò gli ebrei che, dimentichi di ogni bene da Lui ricevuto, si erano messi ad adorare il vitello d’oro.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo scrivendo a Timoteo, presenta la sua vocazione come la “conversione” di un bestemmiatore, persecutore e violento e commenta ricordando il suo passato “mi è stata usata misericordia”. Si propone poi come l’esempio dei peccatori convertiti dalla misericordia di Dio.
Nel Vangelo di Luca, troviamo le tre parabole della misericordia: la pecorella smarrita, la dracma perduta, e il figliol prodigo. Gesù dice: vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Non è che con questo siamo autorizzati a peccare spensieratamente sicuri della misericordia di Dio, perché il Vangelo è molto chiaro: la misericordia di Dio premia il convertito, chi ha scelto di vivere praticando bene, non solo a parole. La misericordia di Dio, che regala insieme il perdono e la forza di rigenerazione, ci è donata se in noi si manifesta la fede e la buona coscienza. La misericordia è destinata a persone come il pubblicano che chiedono perdono a Dio con umiltà e non a persone come il fariseo che si credono giusti e virtuosi.

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, il Signore disse a Mosè: “Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”.
Il Signore disse inoltre a Mosè: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”.
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente?
Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti, e la possederanno per sempre”.
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.
Es 32,7-11. 13-14

L'Esodo è il secondo libro della Bibbia Cristiana e della Torah ebraica. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli, nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il periodo descritto si colloca intorno al 1300-1200 a.C.
Il libro è suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione:
La prima, (capitoli 11,1-15,21), comprende il racconto dell'oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga di Mosè a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l'uscita dal paese.
La seconda sezione (15,22-18,27) narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai.
La terza (19,1-40,38) riguarda l'incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo e del codice dell'alleanza, seguito dall'episodio del vitello d'oro e dalla costruzione del Tabernacolo
Il brano che abbiamo, tratto dalla terza sezione, ha luogo mentre Mosè si trova sulla montagna dove ha ricevuto da Dio le tavole dell’alleanza ed inizia riportando ciò che il Signore dice:
“Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”. Dio si stupisce che così in fretta gli israeliti l’hanno abbandonato. La gravità di questo peccato, nella cultura antica, derivava dal fatto che l’immagine era vista come uno strumento particolarmente efficace per catturare la potenza di Dio e servirsene a proprio uso e consumo. Dio commenta poi il peccato degli israeliti affermando: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo dalla dura cervìce” ossia si era reso conto che si tratta di un popolo refrattario, quasi per natura, alla docilità e all’obbedienza, e continua “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”. Sembra in questo punto che Dio voglia attendere il consenso di Mosè per attuare il suo proposito con l’intento poi di fare di lui il capostipite di una grande nazione.
Mosè si mette subito dalla parte degli israeliti e intercedendo per loro presenta i motivi per i quali Dio è tenuto a desistere dal suo proposito, ed inizia dicendo:
“Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente?
Questa domanda di Mosè è formulata secondo i canoni orientali del rispetto dovuto a un superiore, vuole dire che è stato DIO, non Mosè, a fare uscire il popolo dall’Egitto: perciò non ha senso che DIO distrugga quella che è una Sua creatura.
Mosè poi soggiunge nel versetto successivo (omesso dalla liturgia): “Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra?” Lo sterminio degli israeliti nel deserto avrebbe messo in dubbio la sincerità di DIO il quale, invece di liberarli dalla schiavitù, si sarebbe comportato con loro in un modo ancora più crudele di quello del faraone.
L’altro motivo portato da Mosè è la promessa che Dio ha fatto ai patriarchi:
“Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti, e la possederanno per sempre”.
Con i patriarchi Dio ha preso un impegno incondizionato, in quanto ha giurato su se stesso di dare loro una progenie numerosa alla quale sarebbe appartenuta la terra nella quale essi abitavano come forestieri. In sintesi Mosè si rifà alla storia della salvezza e afferma che DIO non può più tirarsi indietro perché l’impegno preso con gli israeliti è definitivo e irrevocabile .
La preghiera di difesa di Mosè è efficace, e il brano termine riportando che “Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”.
La preghiera di Mosè è stata valida perché ha fatto leva non su motivazioni contingenti, ma sul progetto stesso di DIO che aveva liberamente deciso di liberare Israele e di fare di esso il Suo popolo.
L’intercessione di Mosè, per noi cristiani, prefigura quella di Cristo, che resosi solidale con l’uomo, intercede per noi presso il Padre.

Salmo 50 - Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore contrito e affranto, tu, o Dio,
non disprezzi.

Questo salmo la tradizione lo dice scritto da Davide dopo il suo peccato, e mi pare di dovere aggiungere durante la congiura del figlio Assalonne, dove Davide vide avverarsi la sventura sulla sua casa annunciatagli dal profeta Natan (2Sam 12,10). Fa un po’ di difficoltà all’attribuzione a Davide del salmo l’ultimo versetto dove l’orante invoca che siano rialzate le mura di Gerusalemme, poiché questo porterebbe al tempo del ritorno dall’esilio. E’ comune, tuttavia, risolvere il caso dicendo che è un’aggiunta messa durante l’esilio per un adattamento del salmo alla situazione di distruzione di Gerusalemme.
Ma considerando che il salmo non poteva essere adatto in tutto alla situazione dell’esilio, poiché sacrifici ed olocausti (“non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, non li accetti”) in terra straniera non potevano essere fatti, bisogna pensare che le mura abbattute sono un’immagine drammatica della presa di possesso di Gerusalemme da parte di Assalonne; Gerusalemme era conquistata e come “Città di Davide” veniva a finire.
L’orante si apre a Dio in un invocazione di misericordia. Domanda pietà.
Si sente imbrattato interiormente. Il rimorso lo attanaglia, si sente nella sventura. Non ricorre alla presentazioni di circostanze, di spinte al peccato, lui coscientemente l’ha fatto: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Tuttavia presenta a Dio la sua debolezza di creatura ferita dall’antica colpa che destò al senso la carne: “Ecco, nella colpa sono io stato nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Con ciò non intende scusarsi poiché aggiunge che Dio vuole la sincerità nell'intimo, cioè nel cuore, e che anche illumina intimamente il cuore dell’uomo affinché non ceda alle lusinghe del peccato: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza”.
Ancora l’orante innalza a Dio un grido per essere purificato, per essere liberato dalle sventure che lo colpiscono.
Egli prosegue la sua supplica chiedendo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il peccato lo ha indebolito, gli sta sempre dinanzi e vorrebbe non averlo commesso.
E’ umile, pienamente umile, e domanda a Dio di non essere respinto dalla sua presenza e privato del dono del suo “santo spirito”; quel “santo spirito” che aveva ricevuto al momento della sua consacrazione a re. Quel “santo spirito” che gli dava forza e sapienza nel governare e nel guidare i sudditi al bene, all’osservanza della legge.
Consapevole della sua debolezza ora domanda umilmente di essere aiutato: “sostieni con me un spirito generoso”.
Ha creato del male ad Israele col suo peccato, ma rimedierà, con l’aiuto di Dio: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
Ma il peccato veramente gli “sta sempre dinanzi”. Egli non solo è stato adultero, ma anche omicida: “Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza”. Salvato dal peccato che l’opprime, egli esalterà la giustizia di Dio, che si attua nella misericordia. Salvato, dal peso del peccato e dalla rottura con Dio egli potrà di nuovo lodare Dio: “La mia bocca proclami la tua lode”.
Ha provato a presentare a Dio sacrifici e olocausti, ma è stato rifiutato. Così percependo il rifiuto di Dio è arrivato al massimo del dolore, e questo dolore di contrito lo presenta a Dio: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio”. Egli sa che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”.
Davide presenta infine Sion, Gerusalemme, che è stata occupata e con ciò è stata messa in difficoltà l’unità di Israele che con tanta fatica aveva saputo costruire.
Riedificate le mura di Gerusalemme, nel senso di ricomposta la forza di Gerusalemme, sede dell’arca e del trono, e attuato un risveglio religioso in Israele, allora i sacrifici e gli olocausti torneranno ad essere graditi a Dio perché fatti nell’osservanza alla legge, nella corrispondenza al dono dell’alleanza.
Commento tratto da “Perfetta Letizia”

Dalla lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
1Tm 1,12-17

La Prima lettera a Timoteo è una delle tre epistole conosciute come lettere pastorali perché indirizzate a "pastori" di comunità cristiane quali erano Timoteo capo della comunità di Efeso e Tito della comunità di Creta. La data di scrittura della lettera va calcolata fra il rilascio della prima prigionia di Paolo (61 d.C) e l'arresto e la nuova prigionia (64 dC). Alcuni studiosi collocano quindi la data della lettera nel 63 altri invece fra il 66 e il 67 e che il luogo da cui Paolo scrisse la lettera, sia stato la Macedonia.
La lettera, suddivisa in 6 capitoli, contiene un insieme di norme organizzative sulla chiesa nascente e di consigli affinché Timoteo sorvegli e alzi la guardia su falsi insegnamenti che si stavano infiltrando nella comunità di Efeso, prodotti da quella che l'apostolo definiva falsa conoscenza.
Paolo, in questo brano fa memoria della sua conversione che Gesù ha compiuto:
“Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento”.
Paolo ringrazia il Signore per quanto ha realizzato nella sua vita. Il primo motivo per cui Paolo ringrazia è perché è stato chiamato ad essere servo di Dio. L'autorità di Paolo è autentica perché egli è stato chiamato proprio da Cristo, che lo ha reso forte in vista del compito che gli avrebbe affidato. Paolo ricorda la sua situazione prima della sua conversione e la descrive con toni molto severi. In altri brani (Gal 1,13-17) invece egli parla della sua situazione precedente in modo più positivo: egli in fondo non era altro che un ebreo osservante e intransigente, che voleva riportare sulla retta via questa nuova religione seguita dai cristiani. Qui sottolinea molto la peccaminosità del suo agire: egli era un bestemmiatore (poiché non riconosceva Gesù come il Messia), persecutore degli aderenti a questa nuova "setta", un violento, poiché applicava senza pietà la legge della Torah contro i cristiani.
La situazione è però mitigata dalla frase seguente: “Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede”, E' questa la giustificazione di Paolo, egli non conosceva ciò che stava perseguitando, ma il Signore lo ha illuminato, gli ha fatto capire il male che stava compiendo.
“e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”..
Paolo riconosce i copiosi doni che si sono riversati su di lui: la grazia, la fede, la carità. L'incontro con Dio ha totalmente cambiato la sua vita e ha fatto di lui una creatura nuova.
“Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e il primo dei quali sono io”.
Qui Paolo mette ancora in risalto la sua situazione come peccatore. Gesù ha voluto recuperare tutti coloro che erano lontani da lui, i peccatori, (visti nella loro situazione di mancanza di gioia, di vita piena) e Paolo si riconosce come facente parte di questa schiera. Egli usa il presente, perché sa bene che è solo grazie alla misericordia di Dio che egli può perseverare in questa amicizia e vicinanza a Dio stesso, e in forza della sua esperienza può affermare che ciò che sta dicendo è degno di fede.
“Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.
Qui viene introdotto un altro particolare: Dio ha perdonato Paolo, gli ha dato di vivere una vita nuova perché la sua tormentata vicenda fosse di esempio a tutti quelli che lo avrebbero conosciuto. La sua vita diventa così annuncio del Vangelo di Cristo, non solo con le parole, ma con la sua stessa esperienza: da persecutore egli diventa annunciatore di una nuova dottrina ed esempio per quelli che lo ascoltano.
“Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.”
La conclusione del brano è una "glorificazione“ di Dio Padre, segno di adorazione e di ringraziamento, in contrapposizioni alle tante divinità e divinizzazioni terrene sempre passeggere.
Paolo ci invita a scoprire il senso della nostra fede che apre significati e consapevolezze, rapporti nuovi e profondi, rivelazioni e garanzie che vengono dal cielo e restano, in ciascuno di noi, come doni che nessuno ci potrà mai togliere.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”.
Ed egli disse loro questa parabola: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.
Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione .
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.
Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta.” Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrùbe di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sè e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione e gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato a vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare.
Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disubbidito ad un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Lc 15 , 1-32

Luca riporta, dopo una breve introduzione, le tre parabole che parlano di misericordia: la pecora perduta, la dramma smarrita e il figliol prodigo. La parabola della pecora smarrita si ispira all’immagine biblica di Dio come buon pastore che si prende cura del suo popolo. Gesù la introduce con una domanda che interpella direttamente gli ascoltatori, chiedendo loro che cosa farebbero se si trovassero nella situazione di un uomo che ha cento pecore e ne perde una. Luca mette in risalto l’amore per la pecora smarrita aggiungendo, in rapporto allo stesso racconto di Matteo, il dettaglio del metterla sulle spalle e poi invitare gli amici a rallegrarsi con lui. E conclude: Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione .
Anche nella parabola della dramma perduta, Gesù introduce il racconto ponendo la domanda: se una donna ha dieci dramme e ne perde una, che cosa è più naturale per lei che mettersi a cercarla finché non l’ha trovata? Un punto fondamentale della parabola lo troviamo anche nella sproporzione tra il poco valore della moneta, che corrisponde a un denaro d’argento, (la paga giornaliera di un operaio) e l’esultanza indicibile per il suo ritrovamento. L’esagerazione del racconto serve a dare maggior rilievo al motivo della gioia messianica per la conversione del peccatore.
La terza parabola è la storia celeberrima delle vicende del Figliol prodigo che completa la serie delle “parabole della misericordia” che hanno la stessa conclusione: l’invito a far festa per il peccatore che torna al bene. Il racconto inizia descrivendo la partenza del figlio minore dalla casa paterna, che senza alcun motivo apparente, chiede prima di partire di dividere l'eredità prima della morte del padre. Poi vediamo come questo figlio usa male la sua libertà e il suo benessere sperperando tutti i suoi beni. Al suo disastro personale si aggiunse anche la catastrofe naturale, per cui in poco tempo questo ragazzo è ormai ridotto all'indigenza per cui deve dipendere dagli altri. Tocca il fondo quando per vivere deve fare uno dei mestieri più disprezzati in Israele: il guardiano di porci; e questa è la nota più appropriata per descrivere il decadimento religioso del ragazzo.
Il senso della parabola è chiaro: la partenza del figlio rappresenta la lontananza da Dio, il contatto con i porci è simbolo della morte dovuta al peccato. E’ significativo un proverbio rabbinico che dice: “Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono”.
Arrivato al fondo dell'indigenza il “prodigo” rientra in sé, e per lui inizia la conversione quando decide di tornare a casa del padre, pur sapendo di aver perso ogni diritto nei suoi confronti. Si augura solo una cosa: essere trattato come un suo salariato . Il racconto ora si sposta sulla figura del padre che ha sempre sperato nel ritorno del figlio. E' uno dei versetti più commoventi della Bibbia. Il padre vede il figlio da lontano ed è sconvolto fino alle viscere, (viene usato lo stesso verbo che esprime il sentimento di Dio verso i poveri e di Gesù nei confronti dei bisognosi).
Il padre si getta al collo del figlio, impedendogli di umiliarsi, lo bacia in segno di perdono, senza tener conto dello stato di impurità del figlio (certo doveva sapere che egli veniva da un paese di pagani). E' il comportamento sorprendente di questo padre la cui autorità è indiscussa e il cui amore, gratuito e generoso, va al di là di ogni regola.
Il figlio comincia a pronunciare la confessione che aveva preparato, ma il comportamento del padre rende ormai superflua la sua richiesta di diventare un salariato. Poi ci sono gli ordini che il padre impartisce ai servi che indicano la completa reintegrazione del figlio:
- il dono del vestito più bello; l'anello al dito, (probabilmente l'anello con sigillo e quindi l'autorità di compiere atti legali); i sandali: segno dell'uomo libero (lo schiavo camminava a piedi nudi). Poi ordina anche di preparare un gran banchetto per fare festa per questo figlio che era perduto ed è stato trovato!“.
Entra a questo punto in scena il figlio maggiore, che al ritorno dal lavoro trova la festa in atto, e dopo essere stato informato dal servo, si adira e non vuole entrare in casa. Suo padre, uscito, lo supplica di entrare per unirsi alla festa, ma lui è troppo gonfio d’ira per capire e in tono di rimprovero e senza rispetto, elenca i suoi meriti: la fedeltà (non ha mai trasgredito un comando), il servizio costante (che dà l’impressione di aver lavorato non come figlio ma come servo). Come contrasto al tono rabbioso del figlio si nota il tono del padre estremamente affettuoso. Il padre capisce la reazione negativa del figlio maggiore e non lo rimprovera per la sua scortesia, ma gli ricorda che a livello giuridico egli è l'erede legittimo, ha già in mano la proprietà, ma vi sono anche altri valori importanti come l'unità familiare. All'aggressivo "questo tuo figlio", pronunciato dal primogenito, il padre risponde "questo tuo fratello", ed è un invito a riconoscere realmente come fratello questo disgraziato tornato a casa.
La parabola si conclude con : “Ma bisognava fare festa e gioire, poiché questo tuo fratello era morto, ed è rivissuto, era perduto ed è stato trovato”, come appello rivolto al figlio maggiore a condividere la sua gioia ad entrare in essa.
Se il figlio maggiore (a cui in fondo va la nostra comprensione) vuole rimanere in comunione con il padre, deve accogliere il fratello come il padre stesso lo ha accolto. Se egli farà festa al fratello tornato, se entrerà nella logica dell'amore di suo padre, allora egli stesso potrà sperimentare di nuovo cosa significa essere figlio ed essere fratello.
Con queste tre parabole l’evangelista vuole presentare un’immagine inusuale di Dio, che manifesta la sua potenza non condannando ma perdonando.
È importante che in nessuna delle tre parabole si parli di un perdono di Dio per il peccatore pentito, ma solo della gioia che provoca il suo ritorno nella comunità dei giusti.

*****

“Il Vangelo di oggi inizia con alcuni che criticano Gesù, vedendolo in compagnia di pubblicani e peccatori, e dicono con sdegno: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Questa frase si rivela in realtà come un annuncio meraviglioso. Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa”. E il Signore, rispondendo a quelli che lo criticavano, racconta tre parabole, tre parabole stupende, che mostrano la sua predilezione per coloro che si sentono lontani da Lui. Oggi sarebbe bello che ognuno di voi prendesse il Vangelo, il Vangelo di Luca, capitolo 15, e leggesse le tre parabole. Sono stupende.
Nella prima parabola dice: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta?» Chi di voi? Una persona di buon senso no: fa due calcoli e ne sacrifica una per mantenere le novantanove. Dio invece non si rassegna, a Lui stai a cuore proprio tu che ancora non conosci la bellezza del suo amore, tu che non hai ancora accolto Gesù al centro della tua vita, tu che non riesci a superare il tuo peccato, tu che forse per le cose brutte che sono accadute nella tua vita non credi nell’amore.
Nella seconda parabola, tu sei quella piccola moneta che il Signore non si rassegna a perdere e cerca senza sosta: vuole dirti che sei prezioso ai suoi occhi, che sei unico. Nessuno ti può sostituire nel cuore di Dio. Tu hai un posto, sei tu, e nessuno può sostituirti; e anch’io, nessuno può sostituirmi nel cuore di Dio.
E nella terza parabola Dio è padre che attende il ritorno del figlio prodigo: Dio sempre ci aspetta, non si stanca, non si perde d’animo. Perché siamo noi, ciascuno di noi quel figlio riabbracciato, quella moneta ritrovata, quella pecora accarezzata e rimessa in spalla. Egli attende ogni giorno che ci accorgiamo del suo amore. E tu dici: “Ma io ne ho combinate tante, ne ho combinate troppe!”. Non avere paura: Dio ti ama, ti ama come sei e sa che solo il suo amore può cambiare la tua vita.
Ma questo amore infinito di Dio per noi peccatori, che è il cuore del Vangelo, può essere rifiutato. È quello che fa il figlio maggiore della parabola. Egli non capisce l’amore in quel momento e ha in mente più un padrone che un padre. È un rischio anche per noi: credere in un dio più rigoroso che misericordioso, un dio che sconfigge il male con la potenza piuttosto che col perdono. Non è così, Dio salva con l’amore, non con la forza; proponendosi, non imponendosi. Ma il figlio maggiore, che non accetta la misericordia del padre, si chiude, compie uno sbaglio peggiore: si presume giusto, si presume tradito e giudica tutto in base al suo pensiero di giustizia. Così si arrabbia col fratello e rimprovera il padre: “Hai ammazzato il vitello grasso ora che è tornato questo tuo figlio” . Questo tuo figlio: non lo chiama mio fratello, ma tuo figlio. Si sente figlio unico. Anche noi sbagliamo quando ci crediamo giusti, quando pensiamo che i cattivi siano gli altri. Non crediamoci buoni, perché da soli, senza l’aiuto di Dio che è buono, non sappiamo vincere il male. Oggi non dimenticatevi, prendete il Vangelo e leggete le tre parabole di Luca, capitolo 15. Vi farà bene, sarà salute per voi.
Come si fa a sconfiggere il male? Accogliendo il perdono di Dio e il perdono dei fratelli. Succede ogni volta che andiamo a confessarci: lì riceviamo l’amore del Padre che vince il nostro peccato: non c’è più, Dio lo dimentica. Dio, quando perdona, perde la memoria, dimentica i nostri peccati, dimentica. È tanto buono Dio con noi! Non come noi, che dopo aver detto “non fa nulla”, alla prima occasione ci ricordiamo con gli interessi dei torti subiti. No, Dio cancella il male, ci fa nuovi dentro e così fa rinascere in noi la gioia, non la tristezza, non l’oscurità nel cuore, non il sospetto, ma la gioia.
Fratelli e sorelle, coraggio, con Dio nessun peccato ha l’ultima parola. La Madonna, che scioglie i nodi della vita, ci liberi dalla pretesa di crederci giusti e ci faccia sentire il bisogno di andare dal Signore, che ci aspetta sempre per abbracciarci, per perdonarci.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 15 settembre 2019

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica, ci fanno meditare su come agire per giungere al regno di Dio.
La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, ci presenta la ricerca dell’uomo che si interroga sul pensiero di Dio “Quale uomo può conoscere il volere di Dio?” Solo l’ascolto, la meditazione della Parola di Dio e la preghiera, attireranno su di noi il Suo Santo Spirito, e ci insegneranno la vera sapienza.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo scrive al suo amico Filèmone intercedendo per lo schiavo Onèsimo affinché venga da lui accolto non più come schiavo, ma come fratello carissimo. Paolo aveva già affrontato in altri suoi scritti la questione della schiavitù, affermando l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, perché tutti peccatori e tutti bisognosi di salvezza. In questo scritto non suggerisce una soluzione paternalistica, ma radicale: la trasformazione dello schiavo e dell’oppresso in fratello.
Nel Vangelo di Luca, Gesù ci dice che per essere figli di Dio e Suoi discepoli dobbiamo riuscire a non farci condizionare né dalle abitudini, né dai desideri, né dai legami familiari,né dai rapporti professionali, e ancor meno dalla bramosia di possesso dei beni terreni, che sebbene allettanti, sono tutti sempre passeggeri! Gesù chiedendoci di metterlo al primo posto, non entra certo in concorrenza con i vari amori umani: per i genitori, il coniuge, i figli e i fratelli. Cristo non è un "rivale in amore" di nessuno, anzi ponendo Lui al primo posto impareremo a purificare il nostro modo umano, a volte sbagliato, di amare, perché amando gli altri come Lui ci ama, saremo in grado di amare di un amore che non si può fermare di fronte a nessuna difficoltà.

Dal libro della Sapienza
Quale uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni,
perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima
e la tenda d'argilla opprime una mente piena
di preoccupazioni.
A stento immaginiamo le cose della terra,
scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi ha investigato le cose del cielo?
Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito;
e furono salvati per mezzo della sapienza.
Sap 9,13-18

Il Libro della Sapienza è stato utilizzato dai Padri fin dal II secolo d.C. e, nonostante esitazioni e alcune opposizioni, è stato riconosciuto come ispirato allo stesso titolo dei libri del canone ebraico. E’ stato scritto in greco, caso unico in tutto l’Antico Testamento, ad Alessandria d’Egitto tra il 20 a.C. e il 38 d.C. probabilmente da Filone o da un suo discepolo. Si presenta come opera di Salomone (in greco infatti il testo si intitola “Sapienza di Salomone”) ed è composto da 19 capitoli. L'autore si esprime come un re e si rivolge ai re come suoi pari. Si tratta però di un espediente letterario, per mettere questo scritto, come del resto il Qoelet o il Cantico dei Cantici, sotto il nome di Salomone il più grande saggio d’Israele.
Questo brano riporta l’ultima parte della preghiera di Salomone che considera come la sapienza sia inaccessibile: Il primo versetto contiene due domande parallele: «Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?»
Dal caso particolare di Salomone, si passa all'universalità della natura umana e alla sua condizione, sulla possibilità di conoscere la volontà di Dio, “che cosa vuole il Signore”, cioè la Sua volontà, espressa nella legge. L'uomo è troppo limitato nelle sue possibilità per essere in grado di penetrare il mistero di Dio, e poterne scoprire e comprendere i disegni, anche dopo che sono stati rivelati.
Il versetto successivo contiene invece affermazioni parallele: ”I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni”. L’autore qui considera nulle le nostre possibilità di conoscere la verità nell'ambito morale perché l'uomo, abbandonato a se stesso, cammina nelle tenebre dell'ignoranza e dell'insicurezza a motivo della sua limitatezza umana: “perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima e la tenda d'argilla opprime una mente piena di preoccupazioni”.
Il termine “tenda” è una metafora ed è tratta dalla vita nomade per indicare ciò che è passeggero, e dunque adatta al corpo corruttibile (2Cor 5,4; 2Pt 1,13-14), mentre l’aggettivo “d’argilla” è un'allusione all'origine del corpo secondo Gen 2,7 per cui il corpo, radicato nella terra, solidale con i beni puramente terreni, temporali, transitori, frena il volo della mente verso ciò che è spirituale, celeste, immortale.
Il limite della creatura umana si manifesta nella sua incapacità di conoscere: “A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?” L’espressione “le cose della terra” indica ciò che accadendo sulla terra, l'uomo può verificare e controllare, indica le cose che sono a portata di mano, tangibili, sperimentabili direttamente, visibili, ossia ciò che non supera la normale capacità dell'uomo terreno, tutto ciò che dovrebbe essere trasparente e ovvio per lui. Tutte queste cose dovrebbero perciò essere comprese facilmente.
Tuttavia, non è così: solo con notevole sforzo riusciamo ad appropriarci delle cose, governandole appena con le nostre imperfette capacità.
La domanda finale del versetto mette in luce l’impossibilità di investigare per conoscere “le cose del cielo”. Nel linguaggio biblico il cielo è metaforicamente la dimora di Dio per questo le cose del cielo sarebbero dunque quelle che appartengono all’ambito divino.
Alla debolezza umana però Dio supplisce mandando la sapienza: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”
In questo versetto, in cui si riassumano quasi tutti i temi toccati dall'autore durante la preghiera, si trovano tre dei grandi temi trattati dal giudaismo postesilico: la volontà di Dio, la sapienza e lo spirito.
Il volere di Dio non è altro che la volontà divina, ciò che Dio vuole relativamente all'uomo, e che si può conoscere soltanto se Dio liberamente si rivela o manifesta.
Al termine l'autore proclama più solennemente, che oltre alla sapienza richiede il “santo spirito del Signore” ed è la prima e l'unica volta che nella preghiera di Salomone appare questa espressione.
Il brano termina con un versetto che si collega con quello precedente e con l’inizio della preghiera di Salomone: “Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito; e furono salvati per mezzo della sapienza”.
E’ evidente che l’autore di questo brano concepisce l’uomo, alla luce della filosofia greca, come un composto di anima e corpo. È al corpo soprattutto che attribuisce il suo limite e la sua incapacità di conoscere le cose di Dio. L’anima, identificata con la ragione, è invece il principio spirituale che dà vita al corpo e si eleva spontaneamente al mondo superiore.
Questa è certamente una visione pessimistica dell’uomo, ma che non esclude però un messaggio di speranza, che deriva dal fatto che, nonostante la debolezza dell’uomo, Dio manda su di lui la sapienza, che gli indica il giusto cammino o il modo di vivere conforme alla Sua volontà. È quindi mediante la sapienza che si compie nella storia il piano salvifico di Dio.

Salmo 89- Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione
Tu fai ritornare l'uomo in polvere,
Quando dici: “Ritornate, figli dell'uomo”.
Mille anni ai tuoi occhi
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino:
come l’erba che germoglia
al mattino fiorisce, germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore; fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi.

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rendi salda

Il salmo illustra la condizione precaria della vita dell'uomo esposta alle sofferenze del quotidiano unitamente a quelle dei rivolgimenti storici causati per le lotte di potere. Il salmista procede con un tono sapienziale, rischiarato dalla consapevolezza della brevità dei giorni dell'uomo. Questa consapevolezza è tanto importante che egli la invoca per tutti gli uomini: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.
La composizione del salmo molto probabilmente è avvenuta nel tempo di pace relativa quando Antioco V ridiede la libertà religiosa ad Israele (163 a.C.).
Il salmista si rivolge a Dio come rifugio di Israele. Rifugio certo, perché Dio non è una creazione dell'uomo, egli, infatti, da sempre esiste: “Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, o Dio”; "Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato".
Il salmista ha il vivo ricordo di tracotanti superbi entrati nel tempio di Gerusalemme credendo di affermarsi su Dio: Tolomeo III e Tolomeo IV erano entrati nel tempio offrendo sacrifici ai loro dei (ca. 220-221 a.C.); Antioco IV Epifane lo saccheggiò e vi fece sacrifici a Giove (ca. 169-167 a.C).
Ma l'uomo è un nulla di fronte a Dio, che per l'antico peccato lo fa ritornare polvere (Gn 3,19): “Tu fai ritornare l'uomo in polvere”. L'ira di Dio travolge i superbi: “Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l'erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca”; “Sì, siamo distrutti dalla tua ira”; “Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera”.
L'ira di Dio è rivolta a portare l'uomo al ravvedimento. E' saggezza sapere che la collera di Dio non è una finta, ma una realtà dura che incombe sui ribelli. E' saggezza temere la collera di Dio e non sfidarla, come già fece il faraone (Es 9,30): “Chi conosce l'impeto della tua ira e, nel timore di te, la tua collera?”.
Il salmista si colloca tra tutti gli uomini, ma anche presenta fin dall'inizio la sua appartenenza ad Israele: “Signore, tu sei stato per noi un rifugio...”; e per Israele invoca pace e gioia dopo giorni e anni di afflizione: “Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!...Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti".
Commento tratto da “Perfetta Letizia”

Dalla lettera di S.Paolo apostolo a Filèmone
Carissimo, ti esorto, io Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio,che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui, che mi sta tanto a cuore.
Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo ora che sono in catene per il vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.
Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
Fil 9b-10, 12-17

La Lettera a Filèmone è uno dei testi più brevi delle lettere di Paolo, in quanto composta solamente di 25 versetti. Si può dire che è un biglietto personalissimo “scritto interamente di suo pugno” dall’apostolo, che è prigioniero (probabilmente ad Efeso più che a Cesarea o a Roma ) .
Paolo scrive a Filèmone, suo carissimo amico e collaboratore, ad Appia, che era probabilmente la moglie, e ad un altro amico Archippo, citato anche nella lettera ai Colossesi (4,17), questo biglietto, ed usa parole calde e coinvolgenti per invitarlo a riaccogliere lo schiavo Onèsimo, che era fuggito dalla sua casa e si era rifugiato presso di lui.
“Carissimo, ti esorto, io Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui, che mi sta tanto a cuore.”
Sin dalle prime parole è chiaro l'atteggiamento di Paolo. Egli, in forza dell'autorità apostolica potrebbe chiedere a un credente il compimento di un dovere cristiano, cioè la liberazione di uno schiavo. Eppure Paolo, vuole da Filèmone un gesto libero e generoso e quindi lo esorta in nome non solo dell’amicizia, che li unisce, ma anche della carità. Definisce Onèsimo, “figlio mio” e il riferimento alla generazione nelle catene fa pensare che Paolo abbia convertito Onèsimo alla fede e lo abbia battezzato egli stesso. Paolo qui dimostra di rispettare la legge e rimanda lo schiavo al suo padrone, anche se ormai gli è divenuto caro, come un figlio devoto capace di impegnarsi per la diffusione del Vangelo.
“Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo ora che sono in catene per il vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato ma volontario”.
Qui Paolo manifesta chiaramente le sue intenzioni. Con un velo di ironia sembra persino affermare che Filèmone non lo stia aiutando molto in questo frangente della sua prigionia, e avrebbe avuto dunque il diritto di trattenersi Onèsimo. Egli però si rimette al cuore di Filèmone, perché compia il bene non per forza, ma con un atto libero e di sua volontà.
“Per questo forse è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.”
Quindi Paolo esorta Filèmone a non trattare più Onèsimo come uno schiavo ma come un fratello nel Signore. Solo così dimostrerà di essere davvero un cristiano. Egli deve concedere la libertà al suo schiavo e lasciargli la facoltà di andare da Paolo per servire il Vangelo.
“Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso”. Dunque Filèmone, in forza dell'amicizia che lo lega a Paolo dovrà accogliere Onèsimo come Paolo stesso.
Paolo non chiede certo poco. Gli schiavi non erano considerati come persone, ma come oggetti o come animali. Erano proprietà del loro padrone ed egli li poteva trattare come voleva. Non avevano alcun diritto, anche se Filèmone era cristiano non è detto che trattasse bene i propri schiavi. Forse Onèsimo aveva sentito parlare con venerazione di Paolo nella casa del suo padrone, e sentendosi braccato, s’era precipitato dall’apostolo in cerca di rifugio e di protezione. Paolo l’aveva accolto con amore e l’aveva convertito al cristianesimo nascondendolo presso di sé. Paolo ora cerca di riaprirgli la via del ritorno a casa dell’amico Filèmone e lo fa con particolare finezza ma rivelando anche l’estrema originalità delle scelte sociali cristiane rispetto al mondo pagano circostante.
Finora Paolo aveva affrontato la questione della schiavitù solo in modo indiretto, affermando l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio perché tutti peccatori e tutti bisognosi della salvezza (v.1Corinzi 7,20-24; Efesini 6,5-9; Colossesi 3,22;4,1) . Ma anche in questi passi si intuiva la carica rivoluzionaria del cristianesimo nei confronti della dignità umana: tutte le frontiere devono essere abolite perché «in Cristo non c’è più schiavo né libero» Galati (3,28) e «l’amore fraterno deve tutti legare in mutuo affetto» (Romani 12,10). Questo impegno della novità cristiana nella lettera a Filemone viene attutato.
Paolo non suggerisce una soluzione paternalistica ma radicale: la trasformazione dello schiavo e dell’oppresso in fratello.
Tenendo in mente l’insegnamento di Paolo noi cristiani, anche oggi, dobbiamo allora essere in prima fila nella difesa della libertà, dei diritti, della dignità di ogni uomo, perché consapevoli che in causa c’è sempre un fratello.

Nota: Onèsimo tornò da Filemone dal quale fu accolto benissimo e fu affrancato. Venne poi rimandato nuovamente a Paolo per aiutarlo, tanto che Paolo se ne servirà per inviare la sua Lettera ai Colossesi (4,7) ove è citato come latore. Dopo aver contribuito alla diffusione del cristianesimo in Asia Minore, Onèsimo morì attorno al 90. La sua memoria liturgica ricorre il 15 febbraio.
Fino alla revisione del Martirologio romano del 1970, Onèsimo servitore di Paolo è stato erroneamente assimilato al martire Onèsimo, secondo vescovo di Efeso, lapidato a Roma nel 109, durante la persecuzione di Traiano

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù . Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere la pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Lc 14, 25-33

Questo brano del Vangelo di Luca fa parte della sezione del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme dove vengono presentate le esigenze del regno di Dio sullo sfondo della morte di Gesù.
Il brano inizia riportando che una folla numerosa seguiva Gesù, ed Egli continua il Suo insegnamento parlando delle esigenze di fronte alle quali si trova il discepolo che vuole seguirlo.
“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. E’ errato pensare che Gesù chiedendoci di metterlo al primo posto, entri in concorrenza con i vari amori umani: per i genitori, il coniuge, i figli e i fratelli. Cristo non è un "rivale in amore" di nessuno, anzi ponendo Lui al primo posto impareremo a purificare il nostro modo umano, a volte sbagliato, di amare, perché amando gli altri come Lui ci ama, saremo in grado di amare di un amore che non si può fermare di fronte a nessuna difficoltà.
Poi Gesù aggiunge: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.
Chi segue Gesù fino in fondo, deve mettere in conto anche la possibilità di perdere la propria vita, (sappiamo bene che anche recentemente molti cristiani hanno testimoniato con la vita la loro fede) e di accettare le prove quotidiane, piccole e grandi che siano, per amor Suo.
Gesù fa anche esempi pratici: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a termine?”
La domanda retorica chi di voi? introduce generalmente una similitudine, e chiama direttamente chi lo ascolta a giudicare: una spesa elevata esige certamente un’attenta riflessione. La citazione della torre ricorda l'esperienza biblica di Babele. Nella costruzione della torre di Babele, troviamo il simbolo della presunzione umana che pretende di arrivare a Dio e di “farsi un nome “solo con i propri mezzi (Gn 11,4) . Gesù usa proprio il simbolo della torre come elevazione dell'uomo verso Dio.
“Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.”
Un lavoro incompiuto mette il responsabile in balìa degli scherni altrui e lo rende ridicolo. La previsione di una tale sgradevole situazione spinge a riflettere prima di iniziare. La reputazione era una realtà molto importante in Oriente.
“Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere la pace”.
La lezione della seconda parabola è simile alla prima, ma l'esempio viene dal mondo della politica. Per il re che vuole fare la guerra, la situazione sgradevole da evitare è la sconfitta. Meglio allora inviare un'ambasciata e chiedere la pace.
Alla fine Gesù rivolge nuovamente a chi vuole essere suo discepolo questa indicazione: “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Gesù domanda la libertà di fronte ai propri beni, la disponibilità a condividerli con chi soffre, la gioia di servirlo in chiunque è bisognoso e umiliato, ossia il loro utilizzo non per sé stessi, ma in funzione del regno di Dio. In altre parole la rinunzia ai propri beni (che come la vita ci sono stati dati in prestito e dobbiamo restituire) consiste essenzialmente nel metterli al servizio di una realtà più grande.

 

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Le parole di Papa Francesco


“«Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?» . Questo interrogativo del Libro della Sapienza, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci presenta la nostra vita come un mistero, la cui chiave di interpretazione non è in nostro possesso. I protagonisti della storia sono sempre due: Dio da una parte e gli uomini dall’altra. Il nostro compito è quello di percepire la chiamata di Dio e poi accogliere la sua volontà. Ma per accoglierla senza esitazione chiediamoci: quale è la volontà di Dio?
Nello stesso brano sapienziale troviamo la risposta: «Gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito». Per verificare la chiamata di Dio, dobbiamo domandarci e capire che cosa piace a Lui. Tante volte i profeti annunciano che cosa è gradito al Signore. Il loro messaggio trova una mirabile sintesi nell’espressione: «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Os 6,6; Mt 9,13). A Dio è gradita ogni opera di misericordia, perché nel fratello che aiutiamo riconosciamo il volto di Dio che nessuno può vedere (cfr Gv 1,18). E ogni volta che ci chiniamo sulle necessità dei fratelli, noi abbiamo dato da mangiare e da bere a Gesù; abbiamo vestito, sostenuto, e visitato il Figlio di Dio (cfr Mt 25,40). Insomma, abbiamo toccato la carne di Cristo.
Siamo dunque chiamati a tradurre in concreto ciò che invochiamo nella preghiera e professiamo nella fede. Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio (cfr 1 Gv 3,16-18; Gc 2,14-18). La vita cristiana, tuttavia, non è un semplice aiuto che viene fornito nel momento del bisogno. Se fosse così sarebbe certo un bel sentimento di umana solidarietà che suscita un beneficio immediato, ma sarebbe sterile perché senza radici. L’impegno che il Signore chiede, al contrario, è quello di una vocazione alla carità con la quale ogni discepolo di Cristo mette al suo servizio la propria vita, per crescere ogni giorno nell’amore.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo che: «una folla numerosa andava con Gesù». Oggi quella “folla numerosa” è rappresentata dal vasto mondo del volontariato, qui convenuto in occasione del Giubileo della Misericordia. Voi siete quella folla che segue il Maestro e che rende visibile il suo amore concreto per ogni persona. Vi ripeto le parole dell’apostolo Paolo: «La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua» (Fm 7). Quanti cuori i volontari confortano! Quante mani sostengono; quante lacrime asciugano; quanto amore è riversato nel servizio nascosto, umile e disinteressato! Questo lodevole servizio dà voce alla fede - dà voce alla fede! - ed esprime la misericordia del Padre che si fa vicino a quanti sono nel bisogno.
La sequela di Gesù è un impegno serio e al tempo stesso gioioso; richiede radicalità e coraggio per riconoscere il Maestro divino nel più povero e scartato della vita e mettersi al suo servizio. Per questo, i volontari che servono gli ultimi e i bisognosi per amore di Gesù non si aspettano alcun ringraziamento e nessuna gratifica, ma rinunciano a tutto questo perché hanno scoperto il vero amore. E ognuno di noi può dire: “Come il Signore mi è venuto incontro e si è chinato su di me nel momento del bisogno, così anch’io vado incontro a Lui e mi chino su quanti hanno perso la fede o vivono come se Dio non esistesse, sui giovani senza valori e ideali, sulle famiglie in crisi, sugli ammalati e i carcerati, sui profughi e immigrati, sui deboli e indifesi nel corpo e nello spirito, sui minori abbandonati a sé stessi, così come sugli anziani lasciati soli. Dovunque ci sia una mano tesa che chiede aiuto per rimettersi in piedi, lì deve esserci la nostra presenza e la presenza della Chiesa che sostiene e dona speranza”. E, questo, farlo con la viva memoria della mano tesa del Signore su di me quando ero a terra.
Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. Si è impegnata in difesa della vita proclamando incessantemente che «chi non è ancora nato è il più debole, il più piccolo, il più misero». Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! - della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza.
La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri. Oggi consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità! Penso che, forse, avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla Santa Teresa: la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle “Madre Teresa”. Questa instancabile operatrice di misericordia ci aiuti a capire sempre più che l’unico nostro criterio di azione è l’amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo e riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione. Madre Teresa amava dire: «Forse non parlo la loro lingua, ma posso sorridere». Portiamo nel cuore il suo sorriso e doniamolo a quanti incontriamo nel nostro cammino, specialmente a quanti soffrono. Apriremo così orizzonti di gioia e di speranza a tanta umanità sfiduciata e bisognosa di comprensione e di tenerezza.

Papa Francesco

Parte dell’Omelia del 4 settembre 2016 per la canonizzazione della Beata Madre Teresa di Calcutta e Giubileo degli Operatori e dei volontari della Misericordia

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica celebrano l’umiltà anche come forma particolare di saggezza. L’umiltà vera è per il cristiano una grande virtù perché ha in sé la pazienza e l’amore, ma anche la perseveranza e il coraggio.
Nella prima lettura, il saggio Siracide, ci dice: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”. Nei suoi scritti vengono sempre esaltati sia la mancanza di superbia che il senso della misura: la saggezza consiste nel controllare il proprio orgoglio.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera Ebrei, l’autore afferma che Dio, a differenza di quanto avveniva nell’antica alleanza, non deve essere visto come un potente che domina dall’alto dei cieli, ma come un padre che ci viene incontro nell’assemblea dei fratelli e descrive l’esperienza dei cristiani come un’esperienza eucaristica, come un’adunanza festosa che diventa liturgia della perfezione nella rievocazione del sacrificio di Cristo.
Nel Vangelo di Luca, Gesù invitato alla mensa di uno dei capi dei farisei, mette in risalto le condizioni per accedere al Regno di Dio. Invita a scegliere gli ultimi posti nel banchetto della vita, vincendo la tentazione dell’apparire per emergere, del protagonismo sterile, della ricerca degli applausi ipocriti e menzogneri , e delle cose grandi superiori alle nostre forze. Siamo perciò esortati a non cercare i “primi posti”, ma ad operare il bene nella modestia, perché veramente “chi si umilia sarà esaltato!”

Dal libro del Siracide
Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
Perchè grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato.
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perchè in lui è radicata la pianta del male.
Il cuore sapiente medita le parabole,
un orecchio attento è quanto desidera il saggio.
Sir 3,17-20.28-29

Il libro del Siracide è un libro un po’ particolare perché fa parte della Bibbia cristiana, ma non figura nel canone ebraico. Si tratta di un testo deuterocanonico che, assieme ai libri di Rut, Tobia, Maccabei I e II, Giuditta, Sapienza e le parti greche del libro di Ester e di Daniele, è considerato ispirato nella tradizione cattolica e ortodossa, per cui è stato accolto dalla Chiesa Cattolica, mentre la tradizione protestante lo considera apocrifo .
È stato scritto originariamente in ebraico a Gerusalemme attorno al 196-175 a.C. da Yehoshua ben Sira (tradotto "Gesù figlio di Sirach", da qui il nome del libro "Siracide"), un giudeo di Gerusalemme, in seguito fu tradotto in greco dal nipote poco dopo il 132 a.C.
È composto da 51 capitoli con vari detti di genere sapienziale, sintesi della religione ebraica tradizionale e della sapienza comune. Benché non sia stato accolto nel canone ebraico, il Siracide è citato frequentemente negli scritti rabbinici; nel Nuovo Testamento la lettera di Giacomo vi attinge molte espressioni, ed anche la saggezza popolare fa proprie alcune massime. Nel prologo l'anonimo nipote dell'autore spiega che tradusse il libro quando si trovava a soggiornare ad Alessandria d’Egitto, nel 38° anno del regno Tolomeo VIII, che regnò in Egitto a più riprese a partire dal 132 a.C..
In questo brano troviamo delle massime sapienziali di grande importanza per i rapporti fra persone.
Nella prima si dice:
“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”.
La mitezza consiste essenzialmente nella non violenza, cioè in un rapporto con l’altro che eviti qualsiasi tipo di sopraffazione, e vuole sottolineare che non è importante quello che si dona all’altro, ma il rapporto che si instaura con lui, basato sul rispetto e sulla collaborazione. Solo chi si comporta in questo modo godrà veramente dell’amore degli altri, cioè avrà successo.
Nella seconda massima si afferma:
“Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”
La grandezza di una persona non si misura dalle cose che è capace di fare o dalla fama che ha acquisito. L’importante è farsi umile, cioè riconoscere i propri limiti. Solo così si può ottenere il favore di Dio.
Si passa poi a considerare l’orgoglio e la mitezza con la terza massima:
“Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.”
L’orgoglio e la superbia sono due atteggiamenti propri di chi si sente superiore agli altri. Nei rapporti con Dio questi atteggiamenti precludono la possibilità di imparare qualcosa sulla vera natura di Dio, e di riflesso impediscono di capire la realtà e le persone con le quali si vive.
Nella quarta massima si indicano le basi del vero culto:
“Perchè grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato”.
Per rivolgersi correttamente a Dio, bisogna riconoscere la Sua grandezza, e ciò è possibile solo a chi pratica l’umiltà.
C’è poi una dura condanna per il superbo:
“Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perchè in lui è radicata la pianta del male”.
La superbia è una malattia che non può essere guarita, perché l’uomo orgoglioso si preclude la possibilità stessa di imparare, e quindi di correggersi.
Il brano si conclude con l’ultima massima:
“Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”.
Il linguaggio delle parabole è l’unico che dà accesso a cose più grandi. Ma per poterlo utilizzare bisogna avere l’orecchio attento, cioè bisogna distaccarsi dal frastuono che proviene dalle cose di questo mondo.
In queste massime è descritto con un linguaggio semplice e comprensivo uno stile di vita improntato alla mitezza, all’umiltà, all’ascolto e al rapporto con le persone. Ad esso si contrappone il comportamento orgoglioso, presentato come una chiusura all’altro, che porta inevitabilmente alla rovina di chi ne è affetto.
La mitezza e l’umiltà che Siracide suggerisce coincidono con quello che potremmo chiamare un comportamento non violento. Esse sono necessarie per chi vuole attuare la vera giustizia nei rapporti con le persone. Un comportamento aggressivo e orgoglioso non serve a nulla, anche quando chi lo pratica si presenta come un generoso benefattore. Questo orientamento di vita è molto importante per tutti, ma soprattutto per quelli che si dedicano al bene degli altri.

Salmo 67 Hai preparato, o Dio, una casa per il povero
I giusti si rallegrano,
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
“Signore” è il suo nome.

Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.

Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il suo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio.

E’ un’impresa piuttosto ardua tentare di descrivere in poche righe quello che è stato definito “Il Titano dei Salmi”, una delle pagine più complesse del Salterio. Quasi tutti i commentatori, aprendo le loro
analisi di questo superbo “Te Deum” al Signore del cosmo e della storia, scrivevano frasi come questa: “Ecco il più difficile e il più oscuro di tutti i Salmi, a livello testuale ed esegetico” (M.Dahood)
Eppure questo cantico, la cui origine risale probabilmente ai primordi della poesia ebraica come il Salmo 18/17 (Davide? X sec. a.C), nonostante l’appannamento e l’usura dovuta alla trasmissione, riesce in ogni caso ad abbagliare ad affascinare. Una pagina corrotta, lesionata e macchiata che lascia però intravedere l’antico splendore delle sue miniature.
Commento tratto da “I Salmi” di Gianfranco Ravasi

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile, né a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.
Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, Mediatore dell’alleanza nuova.
Eb 12,18-19.22-24


L’autore della lettera agli Ebrei dopo il brano esortativo sulla necessità di vigilare, prosegue mettendo in luce, l’esperienza degli israeliti ai piedi del monte Sinai e quella dei cristiani.
Anzitutto egli presenta la prima parte , in cui descrive che cosa i cristiani si sono lasciati alle spalle quando hanno aderito a Cristo: “Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile, né a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola”.
L’autore ricava i dettagli di questa descrizione dal racconto della teofania del Sinai (Es 19,9-25), che riporta per i suoi lettori cristiani. Egli presenta l’incontro con Dio, tipico della prima alleanza, come condizionato da realtà materiali, cosmiche, come un fuoco ardente, oscurità, tenebra e tempesta, accompagnate da squilli di tromba e suono di parole, cioè parole in forma di tuoni. Il popolo è talmente impaurito che scongiura Dio di non rivolgergli più la parola. Naturalmente per l’autore si tratta di una paura colpevole, che equivale a un rifiuto della parola di Dio.
Il testo procede nei vv. 20-21, omessi dalla liturgia, che ingrandiscono la distanza tra Dio, presente nella sacra montagna, e il popolo. Il mediatore stesso di questa alleanza è un Mosè impaurito e tremante, terrificato dallo spettacolo che si presenta davanti ai suoi occhi.
In contrasto con quanto è capitato al popolo dell’antica alleanza, i cristiani hanno fatto un’esperienza positiva e rasserenante: “Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, Mediatore dell’alleanza nuova”.
L’esperienza dei credenti in Cristo viene così presentata in chiave positiva, come una realtà gioiosa, piena di luce. L’autore non si ferma a descrivere la vita di una normale comunità cristiana, ma presenta la Gerusalemme celeste verso la quale tendono i credenti in Cristo. Ciò che li aspetta è il santuario celeste dove Gesù è entrato, mediante il suo sangue, come mediatore della nuova alleanza e nel quale si trova con Dio, con gli angeli e con tutto il popolo eletto degli ultimi tempi.
Questa descrizione ha lo scopo di rivolgere l’attenzione alle realtà ultime, verso le quali il cristiano è indirizzato, ma al tempo stesso di fargli capire che esse sono già anticipate nella vita della comunità a cui appartiene, con tutti i limiti che possono caratterizzarla. Non tutto si è ancora realizzato, ma se la meta a cui bisogna tendere è ben chiara, ogni difficoltà si potrà superare senza scoraggiarsi.

Dal vangelo secondo Luca
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Disse poi a colui che l'aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.
Lc 14, 1a,7-14

Questo brano del Vangelo di Luca segue di poco la scena in cui abbiamo lasciato Gesù che concludeva il suo insegnamento dicendo: “ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”. Non viene riportato l’episodio in cui dei farisei (probabilmente quelli che credevano in lui) erano andati per avvertirlo che Erode lo voleva uccidere e Gesù risponde loro: “è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. A questo punto pronuncia la sua profezia su Gerusalemme.
Il capitolo 14 inizia riportandoci Gesù invitato a pranzo nel giorno di sabato da uno dei capi dei farisei, invito non certo mosso da buone intenzioni, ma per metterlo alla prova. Infatti Gesù vede un idropico e sfidando i farisei chiede loro: “È lecito o no curare di sabato?” e non ottenendo risposta lo guarì.
In questo brano vediamo che Gesù si limita a dare dei suggerimenti scaturiti dal fatto che molti invitati ambivano ad andare ai primi posti:
“Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. “
E’ certamente un saggio consiglio su come comportarsi quando si è invitati a un banchetto: se si vuole evitare una brutta figura, non è cosa buona scegliere il primo posto; al contrario, per fare bella figura, è meglio mettersi all'ultimo posto. Queste parole ricordano anche certe affermazioni di Gesù (Lc 13,30; Mt 19,30) sul rovesciamento di situazione che il Regno di Dio porterà. L'intenzione di Gesù non è quindi quella di dare una regola di comportamento nella società di allora, ma esprime il cambiamento di atteggiamento e di mentalità richiesto a chi ha fatto l'esperienza dell'incontro con il Dio di Gesù.
“Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Il significato religioso della regola diventa chiaro con la sentenza di questo versetto. Questa sentenza probabilmente era ben conosciuta nella tradizione sapienziale del giudaismo, dove spesso aveva valore di una parola di saggezza nata dall'esperienza della vita. Ma in Luca, il detto di sapienza ha carattere escatologico: riguarda il futuro rovesciamento di situazione che si compirà al momento del giudizio divino.
“Disse poi a colui che l'aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio”.
Ora Gesù si rivolge al padrone di casa, fariseo, con un invito a compiere qualcosa di sbalorditivo: chiamare i poveri al posto dei propri pari e pensare alla ricompensa nella risurrezione dei giusti!
Queste parole sono in sintonia con quanto Luca aveva già esposto (Lc 6,34-35), e rientrano nella forma paradossale di esprimersi di Gesù.
La critica comunque non riguarda particolarmente i farisei, che per Luca sono i degni rappresentanti di un’usanza sociale comunissima: la reciprocità basata sulla legge del “do ut des”, una reciprocità chiusa su se stessa, fondata su calcoli e non sulla gratuità, sulla controparte e non sul disinteresse.
La novità portata da Gesù richiede una nuova relazione: l'amore che non calcola e che toglie l'ineguaglianza e la discriminazione tra gli uomini.
“Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;”
A un gruppo di quattro sostantivi (amici, parenti, fratelli, vicini) viene opposto un altro gruppo di quattro sostantivi: poveri, storpi, zoppi, ciechi. E’ da notare che gli ultimi tre erano esclusi dal culto del tempio e quindi dalla comunità di Dio. Non a caso, proprio con essi Gesù entrava in comunione e proponeva la vicinanza di Dio.
“e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. Gesù ci presenta una solidarietà disinteressata e universale, ad imitazione del comportamento di Dio, che si prende cura dei più bisognosi ed emarginati. Gesù poi aggiunge che la ricompensa a tutto questo ci sarà alla risurrezione dei giusti”.
Con questo commento Gesù non vuole dire che la ricompensa umana, a cui si è rinunziato, sarà sostituita con una ricompensa divina alla fine dei tempi, ma piuttosto: chi si comporta in modo disinteressato ottiene la beatitudine del regno, cioè raggiunge già su questa terra quella felicità che consiste appunto nel fatto stesso di essere giusti, cioè di aver dato un senso alla propria vita.
Il banchetto è simbolo della comunione eucaristica: esprime la gioia della festa, il piacere dell’amicizia, il bisogno d’incontro e di dialogo, la gioia di dividere ciò che si possiede o si spera, non può essere una casta di privilegiati o di arrivisti, né può essere chiusa a certe categorie. Essa deve essere aperta a tutti, anche a chi non ha niente (e in questo periodo, possiamo averne un’idea ben precisa). Gesù ci offre una regola per l’ingresso nel Suo regno: la semplicità, l’umiltà, l’amore disinteressato e il rispetto della giustizia .

 

*****

 

“Il Vangelo di questa domenica ci mostra Gesù che partecipa a un banchetto nella casa di un capo dei farisei. Gesù guarda e osserva come gli invitati corrono, si affrettano per procurarsi i primi posti.
È un atteggiamento piuttosto diffuso, anche ai nostri giorni, e non solo quando si è invitati a un pranzo: abitualmente, si cerca il primo posto per affermare una presunta superiorità sugli altri. In realtà, questa corsa ai primi posti fa male alla comunità, sia civile sia ecclesiale, perché rovina la fraternità. Tutti conosciamo queste persone: arrampicatori, che sempre si arrampicano per andare su, su… Fanno male alla fraternità, danneggiano la fraternità. Di fronte a questa scena, Gesù racconta due brevi parabole.
La prima parabola è rivolta a colui che è invitato a un banchetto, e lo esorta a non mettersi al primo posto, «perché – dice – non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Per favore, vai indietro, cedigli il posto!”». Una vergogna! «Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto». Gesù invece insegna ad avere l’atteggiamento opposto: «Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, veni più avanti!”» . Dunque, non dobbiamo cercare di nostra iniziativa l’attenzione e la considerazione altrui, ma semmai lasciare che siano gli altri a darcele. Gesù ci mostra sempre la via dell’umiltà - dobbiamo imparare la via dell’umiltà! – perché è quella più autentica, che permette anche di avere relazioni autentiche. La vera umiltà, non la finta umiltà, quella che in Piemonte si chiama la mugna quacia, no, quella no. La vera umiltà.
Nella seconda parabola, Gesù si rivolge a colui che invita e, riferendosi al modo di selezionare gli invitati, gli dice: «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti» . Anche qui, Gesù va completamente contro-corrente, manifestando come sempre la logica di Dio Padre. E aggiunge anche la chiave per interpretare questo suo discorso. E qual è la chiave? Una promessa: se tu farai così, «riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» . Questo significa che chi si comporta così avrà la ricompensa divina, molto superiore al contraccambio umano: io ti faccio questo favore aspettando che tu me ne faccia un altro. No, questo non è cristiano. La generosità umile è cristiana. Il contraccambio umano, infatti, di solito falsa le relazioni, le rende “commerciali”, introducendo l’interesse personale in un rapporto che dovrebbe essere generoso e gratuito. Invece Gesù invita alla generosità disinteressata, per aprirci la strada verso una gioia molto più grande, la gioia di essere partecipi dell’amore stesso di Dio che ci aspetta, tutti noi, nel banchetto celeste.
La Vergine Maria, «umile ed alta più che creatura» (Dante, Paradiso, XXXIII, 2), ci aiuti a riconoscerci come siamo, cioè piccoli; e a gioire nel donare senza contraccambio.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 1 settembre 2019

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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