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Henryk

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Giovedì, 22 Dicembre 2016 18:12

Buon Natale!

Mercoledì, 21 Dicembre 2016 22:07

Natale del Signore - 25 dicembre 2016

Siamo giunti a Natale con tutto il carico di gioie e dolori che abbiamo accumulato nell’anno che fra poco terminerà. Un’antica consuetudine prevede per questo giorno di festa tre messe, dette la prima “della notte”, la seconda “dell’aurora” e la terza “del giorno”. In ognuna, tramite le letture proposte, viene presentato un’immagine diversa del mistero, in modo da avere di esso una visione in un certo senso tridimensionale.

La Messa della Notte, ci presenta la nascita di Gesù e le circostanze in cui avvenne.

La Messa dell’aurora, con i pastori che vanno a Betlemme, ci indica quale deve essere la nostra risposta al richiamo degli angeli: andare senza indugio anche noi ad adorare il bambino.

La Messa del giorno è riservata ad una riflessione più approfondita del mistero.

Nelle prime due messe era l’evangelista Luca a narrarci la nascita di Gesù da Maria, mentre la Messa del giorno, è l’evangelista Giovanni con il glorioso inno del Prologo del suo Vangelo (il cui contenuto può far veramente venire i brividi anche all’ateo più incallito) a rivelarci la realtà di Colui che è nato: il Verbo eterno di Dio esistente prima della creazione del mondo.

Vi allego le presentazioni della prima e terza messa e come lo scorso anno faccio il bilancio del cammino percorso che segna il ritmo della mia vita. Non posso fare a meno di ringraziarvi perchè grazie a voi, ed anche a coloro che non conosco personalmente, mi sento spinta ad andare avanti nel cammino della conoscenza e più vado avanti e più mi rendo conto di non conoscere abbastanza, comprendo solo che siamo circondati dal Mistero, da un gran Mistero di Amore che ancora non capiamo, ma che possiamo però liberamente amare.

Nell’augurarvi di tutto cuore un sereno e felice Natale riporto come completamento il pensiero sul Natale di Papa Francesco, augurandoci di divenire noi stessi “Natale” come lui ci augura.

*****

Il Natale di solito è una festa rumorosa: ci farebbe bene un po’ di silenzio per ascoltare la voce dell’Amore.
Natale sei tu, quando decidi di nascere di nuovo ogni giorno e lasciare entrare Dio nella tua anima.
L’ albero di natale sei tu quando resisti vigoroso ai venti e alle difficoltà della vita.
Gli addobbi di natale sei tu quando le tue virtù sono i colori che adornano la tua vita.
La campana di natale sei tu quando chiami, congreghi e cerchi di unire.
Sei anche luce di natale quando illumini con la tua vita il cammino degli altri con la bontà la pazienza l’allegria e la generosità.
Gli angeli di natale sei tu quando canti al mondo un messaggio di pace di giustizia e di amore.
La stella di natale sei tu quando conduci qualcuno all’incontro con il Signore.
Sei anche i re magi quando dai il meglio che hai senza tenere conto a chi lo dai.
La musica di natale sei tu quando conquisti l’armonia dentro di te.
Il regalo di natale sei tu quando sei un vero amico e fratello di tutti gli esseri umani.
Gli auguri di Natale sei tu quando perdoni e ristabilisci la pace anche quando soffri.
Il cenone di Natale sei tu quando sazi di pane e di speranza il povero che ti sta di fianco.
Tu sei la notte di Natale quando umile e cosciente ricevi nel silenzio della notte il Salvatore del mondo senza rumori ne grandi celebrazioni;

tu sei sorriso di confidenza e tenerezza nella pace interiore di un natale perenne che stabilisce il regno dentro di te.
Un buon Natale a tutti coloro che assomigliano al Natale

Papa Francesco

NATALE del Signore 2016

Messa della Notte

Dal libro del profeta Isaia

Il popolo che camminava nelle tenebre

ha visto una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse.

Hai moltiplicato la gioia,hai aumentato la letizia.

Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete

e come si esulta quando si divide la preda.

Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,

la sbarra sulle sue spalle,

e il bastone del suo aguzzino,

come nel giorno di Madian.

Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando

e ogni mantello intriso di sangue

saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.

Perché un bambino è nato per noi,

ci è stato dato un figlio.

Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà:

Consigliere mirabile, Dio potente,

Padre per sempre, Principe della pace.

Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine

sul trono di Davide e sul suo regno,

che egli viene a consolidare e rafforzare

con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.

Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Is 9,1-6

In questo celebre canto messianico il profeta Isaia all’umanità che cammina nelle tenebre, simbolo del nulla e del male, annuncia che apparirà una luce che il profeta accompagna con tre grandi promesse.

La prima è la gioia, una felicità primitiva, intatta, quasi istintiva e genuina: “come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda.

La seconda sorpresa della luce di Dio è rappresentata dalla pace e dalla libertà “Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian.

Ma la sorpresa più straordinaria è la terza: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Un bimbo straordinario, segno di un mondo nuovo, i cui nomi saranno: “Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”.

Questo cantico di Isaia si ricollega al racconto natalizio di Luca. All’umanità affondata nel sonno e nel freddo appare la luce di Dio ed è subito l’annunzio del dono della gioia: (“vi annuncio una grande gioia…” ) è l’ingresso della pace nel mondo: “pace in terra agli uomini che Dio ama”, ma è soprattutto la nascita di un bambino. Egli è il vero Emmanuele: “Dio è con noi”.

Salmo 96 (95) Oggi è nato per noi il Salvatore.

Cantate al Signore un canto nuovo,

cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome.

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria,

a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Gioiscano i cieli, esulti la terra,

risuoni il mare e quanto racchiude;

sia in festa la campagna e quanto contiene,

acclamino tutti gli alberi della foresta

Davanti al Signore che viene:

sì, egli viene a giudicare la terra;

giudicherà il mondo con giustizia

e nella sua fedeltà i popoli.

Il salmo è un invito all'assemblea dei popoli a riconoscere la grandezza di Dio. L'universalismo del salmo ha come base l'unicità di Dio, e la consapevolezza che tutti i popoli della terra hanno un'origine comune, e che, allontanatisi da Dio, ne hanno in qualche misura un ricordo nelle loro concezioni religiose, infettate di politeismo e di idolatria. Ora Dio chiama a raccolta tutte le famiglie dei popoli a ritornare a lui (Cf. Ps 21,28), che ha formato un popolo quale suo testimone, radunato attorno al tempio di Gerusalemme.

Il popolo di Israele è invitato a diffondere la conoscenza del vero Dio in mezzo ai popoli. Una certezza deve avere Israele, che egli è “terribile sopra tutti gli dei”, e che “tutti gli dei dei popoli sono un nulla”. Dietro gli dei concepiti dalle nazioni sono presenti i demoni sui quali Dio esercita pieno dominio.

L'invito ai popoli non è solo quello di aprirsi a Dio, ma di andare pellegrini “nei suoi atri”, e prostrarsi davanti a lui. Il “suo atrio santo”, sono quelli del tempio di Gerusalemme. I “sacri ornamenti”, sono vesti degne del tempio.

Tutta la terra deve essere presa dal timore di Dio: “Tremi davanti a lui tutta la terra”.

L'annuncio di Israele ai popoli deve affermare la regalità di Dio su di loro: “Dite tra le genti: <Il Signore regna!>”.

Egli è colui che con la sua provvidenza regge il mondo, e agisce con giustizia sui popoli: “È stabile il mondo, non potrà vacillare! Egli giudica i popoli con rettitudine”.

Il Signore “viene a giudicare la terra”; questo avverrà con la venuta di Cristo, re di giustizia e di pace il quale affermerà la giustizia (Cf. Ps 93). “Viene”, dice il salmista. Ora è venuto il Cristo, il Figlio di Dio incarnatosi nel grembo verginale di Maria. Egli viene continuamente con la sua grazia (Ap 1,8); poi, alla fine del mondo, verrà per il giudizio finale: “Giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli”. “Nella sua fedeltà”, cioè per dare la risurrezione gloriosa a coloro che lo hanno accolto.
Difficile poter dire la data di composizione del salmo; probabilmente è stato scritto in un tempo di grande compattezza di Israele, poco dopo la costruzione del tempio di Salomone, prima che avvenisse lo scisma delle tribù del nord (1Re 11,26s).

Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito

Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.

Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Tt 2,11-14

Durante la sua prigionia a Roma attorno all’anno 66, è possibile che Paolo, o un suo discepolo qualche anno dopo, abbia scritto questa lettera a Tito, collaboratore di Paolo e da lui convertito. Tito fu presente alla grande assemblea di Gerusalemme (50 d.C.) e Paolo lo prepose alla comunità cristiana di Creta quale “vescovo”. La lettera a Tito fa parte del gruppo delle tre lettere "pastorali" (La lettera a Tito e le due a Timoteo), così chiamate perché rivolte a dei capi responsabili di comunità con un discorso di carattere ufficiale e autorevole che riguarda l'intera comunità. Più che delle lettere sembrano delle raccolte di norme per l'organizzazione della comunità, di consigli per le varie categorie di persone e suggerimenti generali per la vita pratica o la soluzione di problemi ecclesiali..
Nella lettera a Tito si trovano due brani che fanno riferimento all'incarnazione del Verbo di Dio e per questo motivo sono inserite nella liturgia di Natale.

In questo brano Paolo indica a Tito il motivo per cui deve impegnarsi a fondo nella sua opera pastorale. Egli si riferisce a un evento di importanza determinante per tutta l’umanità: “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”. Tutto è cominciato per iniziativa di Dio, il quale ha manifestato la Sua grazia ,cioè la Sua bontà e il Suo amore conferendo la “salvezza” a tutti gli uomini. Tramite la Sua grazia, Dio ha dato una profonda direttiva di vita: “ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo”. L’insegnamento di Dio non consiste in norme o leggi imposte con la sua autorità, ma in una istruzione analoga a quella data dai saggi, che si incarna nella vita e nell’esperienza umana. L’insegnamento di Dio ha come effetto una rottura con il passato, che consiste nel rinnegamento dell’empietà ,cioè della negazione di Dio, e dei desideri mondani cioè dell’attaccamento alle cose di questo mondo. In positivo esso dà al credente la possibilità di vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà, cioè esercitando correttamente il proprio rapporto con se stesso, con il prossimo e con Dio. Da questo dono di Dio in Cristo deriva per i credenti la possibilità di distaccarsi dai desideri egoistici tipici dell’umanità per vivere una vita santa. L’esercizio delle virtù non deriva dunque né dalla legge né dallo sforzo della volontà, ma da un dono interiore che trasforma l’uomo cambiando in profondità la sua mentalità e spingendolo spontaneamente al bene.

Dal Vangelo secondo Luca

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Lc 2,1-14

Luca, riporta fatti storici paralleli a quelli umili in cui stava per nascere il Figlio di Dio. Non si può fare a meno di considerare che mentre a Roma si decidevano le sorti del mondo, mentre le legioni romane mantenevano la pace con la spada, in questo meccanismo burocraticamente perfetto, capita qualcosa imprevisto dai potenti: nasce un bambino, che cambia la direzione della storia. A Betlemme, la piccola città di Davide, Maria dà alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolge in fasce e lo pone in una mangiatoia... Dio entra nel mondo dal punto più basso perché nessuna creatura si possa trovare più in basso di Lui, nessuno non possa essere raggiunto dal suo abbraccio d’amore che salva.

Natale è il più grande atto di fede di Dio per l’umanità; Egli affida Suo Figlio nelle mani di una ragazza inesperta, ha fede in Lei. Maria si prende cura del neonato, lo nutre di latte, di carezze e di infinita dolcezza e amore.

Allo stesso modo, nell'incarnazione mai conclusa del Verbo, Dio vivrà sulla nostra terra solo se noi ci prendiamo cura di Lui, lo accogliamo e lo amiamo come una madre, possa amare il proprio figlio così a lungo desiderato .

Nota: in questo brano ci sono fatti storici essenziali: l’andata di Giuseppe e Maria a Betlemme ai tempi di Cesare Augusto che aveva ordinato un primo censimento,“primo” perché ne seguirono altri. La maggior parte dei critici colloca il censimento di Quirinio nel 6 d.C., basandosi però sulla sola autorità di Giuseppe Flavio. E’ più verosimile che questo censimento (indetto in vista della ripartizione delle imposte) abbia avuto luogo verso l’8-6 a.C., in relazione con un censimento generale dell’impero e che sia stato organizzato in Palestina da Quirinio. Poiché questo personaggio è stato forse governatore della Siria tra il 4 e 1 a.C., l’espressione di Luca si spiega come una sufficiente approssimazione. Gesù è nato certamente prima della morte di Erode (4 a.C.).

NATALE del Signore 2015

Messa del giorno

Dal libro del profeta Isaia

Come sono belli sui monti

i piedi del messaggero che annuncia la pace,

del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,

che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,

insieme esultano,

poiché vedono con gli occhi

il ritorno del Signore a Sion.

Prorompete insieme in canti di gioia,

rovine di Gerusalemme,

perché il Signore ha consolato il suo popolo,

ha riscattato Gerusalemme.

Il Signore ha snudato il suo santo braccio

davanti a tutte le nazioni;

tutti i confini della terra vedranno

la salvezza del nostro Dio.

Is 52,7-10

Questo brano fa parte dei testi contenuti nei capitoli 40-55, attribuiti ad un autore, rimasto anonimo, a cui è stato dato il nome di “Secondo Isaia ” o “deutero Isaia ”. Di lui si sa solo che il suo messaggio si colloca attorno al 538 a.C., l’anno in cui Ciro, re dei Persiani, ha permesso agli Ebrei, esiliati a Babilonia, di ritornare al loro paese. Gli è stato dato questo nome perchè il suo pensiero s’ispirava a una tradizione che risale al grande profeta Isaia (740-700 a.C.). Questo brano, in particolare, fa parte del libro della Consolazione, e annunzia come nei due precedenti brani della Messa “della notte” e “dell’aurora”, la buona novella.

Si apre con un'immagine insolita: quella dei piedi. Sono i piedi del messaggero che cammina sui monti, diretto a Gerusalemme per portare una buona notizia: gli esiliati in Babilonia ritornano in patria. L'immagine dei piedi del messo suggerisce che la salvezza è in cammino, arriva!
Questo annunzio apre la bocca alla lode, suscita voci di esultanza: da parte delle sentinelle della città, da parte delle rovine stesse di Gerusalemme ancora sfigurata dalle devastazioni. Le sentinelle gridano, perché vedono coi loro occhi il ritorno del Signore nella sua città e in mezzo al suo popolo.

La risposta di Dio ai problemi del mondo è un bambino nella mangiatoia, il segno della misericordia di Dio sulla storia dell'umanità e di ogni singolo uomo. Segno che, se rimane rifiutato e ignorato, lascia nel buio e nella solitudine; mentre se é compreso e accolto, fa rinascere la gioia di sapere che la vita – ogni vita dal suo sorgere fino al suo spegnersi - è nelle mani del Signore. Dobbiamo impedire che le preoccupazioni e le occupazioni quotidiane ci derubino della gioia che il Signore Gesù con la Sua venuta ci dona.

Salmo 98 (97) - Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio

Cantate al Signore un canto nuovo,

perché ha compiuto meraviglie.

Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,

agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.

Egli si è ricordato del suo amore,

della sua fedeltà alla casa d’Israele

Tutti i confini della terra hanno veduto

la vittoria del nostro Dio.

Acclami il Signore tutta la terra,

gridate, esultate, cantate inni!

Cantate inni al Signore con la cetra,

con la cetra e al suono di strumenti a corde;

con le trombe e al suono del corno

acclamate davanti al re, il Signore

Il tempo della composizione di questo salmo è probabilmente quello del postesilio. Il motivo del suo invito ad un “canto nuovo” non è però ristretto al solo ritorno dall'esilio, ma nasce da tutti gli interventi di Dio per la liberazione di Israele dagli oppressori e dai nemici.

E' Dio stesso che, come prode guerriero, ha vinto i suoi nemici, che sono gli stessi nemici di Israele: “Gli ha dato vittoria la sua destra”.

Il “canto nuovo” celebra le “meraviglie” di Dio, tuttavia è aperto al futuro messianico, che abbraccerà tutti i popoli.

“La sua salvezza”, mostrata ai popoli per mezzo di Israele, ridonda già su di loro: “Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio”. Il Signore è colui che viene, che viene costantemente a giudicare la terra; e che verrà nel futuro per mezzo dell'azione del Messia, al quale darà il potere di giudicare nell'ultimo giorno la terra: “Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine”.

Ogni episodio di liberazione il salmo lo vede come preparazione della diffusione a tutte le genti della salvezza del Signore. E' una salvezza universale che tocca anche il creato, che deve fremere di fronte agli eventi finali che lo sconvolgeranno: “Frema il mare...”; ma anche esultare, perché sarà sottratto dalla caducità introdotta da Adamo (Cf. Rm 8,19):

“I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne”.

Noi, in Cristo, recitiamo il salmo nell'avvento messianico. La salvezza di Dio, quella che ci libera dal peccato - male supremo - è quella donataci per mezzo di Cristo. La giustizia che si è mostrata a noi è Cristo, che per noi è morto e ci ha resi giusti davanti al Padre per mezzo del lavacro del suo sangue. Dio, è il Dio che viene (Cf. Ap 1,7; 4,8) per mezzo dell'azione dello Spirito Santo, che presenta Cristo, nostra salvezza e giustizia.

Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.

Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto:

«Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»?

E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»?

Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice:

«Lo adorino tutti gli angeli di Dio».

Eb 1,1-6

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.

L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute. Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica.

Questo brano, presenta la venuta di Cristo come il culmine della rivelazione che Dio ha fatto agli uomini. A questa affermazione, che ben si inserisce nel Natale, segue un’affermazione sulla natura del Figlio di Dio.

Considerato in se stesso, Egli è l’irradiazione della gloria e l’impronta della sostanza del Padre (due immagini che cercano di esprimere ciò che Gesù dice a Filippo: Chi ha visto me, ha visto il Padre) .

In relazione all’opera compiuta sulla terra, Egli è colui che ha espiato il peccato, e che, esaltato al di sopra di tutte le cose, è divenuto l’erede di tutto, e si è rivelato, come figlio, superiore agli angeli.

Dal vangelo secondo Giovanni

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera,quella che illumina ogni uomo.

Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;

eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Venne fra i suoi,e i suoi non lo hanno accolto.

A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali, non da sangue né da volere di carne

né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre,pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me è avanti a me,

perché era prima di me”.

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto:

grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità

vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno lo ha mai visto:

il Figlio unigenito, che è Dio

ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato.

Gv 1, 1-18

L’Antico Testamento conosceva il tema della Parola (Verbo) di Dio e quello della Sapienza, che, in Dio, esisteva prima della creazione del mondo. Mediante la Sapienza ogni cosa è stata creata, ed è stata mandata sulla terra per rivelare i segreti della volontà divina.

In questo mirabile prologo, c’è il riassunto concentrato del contenuto del vangelo di Giovanni. Egli presenta il Verbo in Dio, sottolineandone la preesistenza eterna, l'intimità di vita con il Padre e la Sua natura divina. Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone.

Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell'universo e nella storia della salvezza: " tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.”Tutta la storia appartiene a Lui: tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre combattono per eliminarla. Tuttavia l'ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere.

La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Il ruolo del Battista è unico: " Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.” Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù. Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono nella scena del mondo.

Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la Sua venuta, è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, "… il mondo non lo ha riconosciuto, cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore. Al rifiuto del mondo, c’è un rifiuto ancora più grave: " Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. “ ossia la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l'ha respinta. Vediamo qui il lungo cammino dell'umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l'orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano salvifico di Dio.

Se il comportamento dell'umanità, e in particolare quello d'Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un "resto di Israele", l'ha accolto e ha risposto al Suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: " A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella Sua persona divina diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio.

Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in Lui. Accogliere il Verbo significa "credere nel nome" di Gesù, ossia aderire pienamente alla Sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio.

Ciò che segue è come la sintesi di tutto l'inno perchè vi si afferma solennemente l'incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che " E il Verbo si fece carne “cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fragilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. L'espressione " e venne ad abitare in mezzo a noi” sottolinea lo scopo dell'incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre . La Sua presenza è nella vita stessa dell'uomo e nella carne visibile di Gesù.

I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che Egli possiede come Unigenito venuto dal Padre. Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l'uomo di fede può comprendere.

“Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia”. Le due grazie sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e "la grazia della verità" nella rivelazione definitiva di Gesù. Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l'umanità.

Infine il versetto finale del prologo offre un'ulteriore spiegazione: Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Il "seno" del Padre nel linguaggio biblico è l'immagine tipica dell'amore e dell'intimità: tutta la vita di Gesù si svolse come vita filiale in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza al Padre, in un rapporto di amore con il Padre e come Sua manifestazione.

Lunedì, 19 Dicembre 2016 14:21

Un caro saluto a Padre Enzo

Una preghiera per un caro sacerdote missionario salettino P. Enzo, andato alla casa del Padre. Sofferente per la malaria, dal cuore pieno d’amore e dispensatore di misericordia, dal sorriso sempre pronto e accogliente, le sue mani ricolme di opere caritative, i suoi piedi belli per aver camminato tanto e averlo portato come messaggero di buone notizie. Grazie Signore per P. Enzo, Tuo grande dono, adesso canterà per Te! Grazie Padre Enzo per tutto! Preghiamo per te come tu pregherai per noi!

Elena Tasso

Sabato, 17 Dicembre 2016 21:54

IV Domenica di Avvento -18 dicembre 2016

  1. Lunedì prossimo, 19 Dicembre invitiamo Laici Salettini per la Santa Messa alle 18,30 e dopo si svolgerà l'incontro mensile.

  1. Giovedì prossimo 22 Dicembre la Santa Messa di 18,30 sarà animata da gruppo di Rinnovamento nello Spirito Santo. Dopo la Messa seguirà l'adorazione eucaristica.

  2. Sabato prossimo 24 Dicembre, la Messa vespertina alle 18,30 sarà celebrata come Solennità di Natale, alla mezzanotte celebreremo la Santa Messa dei pastori.

Siamo ormai vicini al Natale e la liturgia della IV domenica di Avvento ci porta a considerare il mistero dell’origine di Gesù.

Nella prima lettura, il profeta Isaia, volendo distogliere il re Acaz dai suoi propositi deliranti, gli propone di chiedere a Dio un segno della sua presenza. Ma Acaz manifestando una falsa religiosità, rifiuta, allora Dio annuncia ad Acaz il castigo, ma allo tesso tempo conferma la sua fedeltà a Davide con un segno: la nascita di un figlio da una vergine.

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, nel prologo della lettera ai Romani, ha un chiaro aggancio con la 1^ lettura che, in questa luce, si presenta come parte di quel “Vangelo di Dio”, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nella sacre Scritture, riguardo al Figlio suo. Il Cristo, nato dalla stirpe di Davide, è quindi il segno tangibile della fedeltà di Dio. .

Il Vangelo di Matteo, citando alla lettera il testo di Isaia della prima lettura, dichiara che Gesù è nella linea delle promesse fatta a Davide e quindi figlio di Davide secondo la carne, anche se la sua nascita verginale esclude l’opera dell’uomo ed è giuridicamente figlio di Davide, solo attraverso Giuseppe, che fisicamente non è suo padre. Giuseppe, dopo l’intervento dell’angelo, riconosce Gesù come suo figlio e gli trasmette, dandogli il nome, tutti i diritti di un discendente di Davide. Questo dimostra come Dio agisce per la salvezza, ma anche come questa non si realizzi sulla terra senza la cooperazione dell’uomo.

Dal libro del profeta Isaia

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz:

“Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli ìnferi oppure dall’alto”.

Ma Acaz rispose: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”.

Allora Isaìa disse:“Ascoltate, casa di Davide!

Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”.

Is 7,10-14

Per capire meglio questo brano dobbiamo risalire alla situazione storica che c’è dietro.

Acaz fu uno dei re di Giuda, (descritto nel secondo libro delle Cronache c.28 e nel secondo libro dei Re c.16, vissuto intorno al 740 a.C.) A causa della sua idolatria, il regno di Acaz fu conquistato prima da Razim, re della Siria, e poi da Oshea, re d'Israele. In seguito, Razin e Oshea strinsero un'alleanza con lo scopo di detronizzare la casa di Davide in Giudea e di far diventare re il figlio di Tabeèl, in impostore della corte di Damasco. La dinastia davidica, a cui sono legate le promesse, è dunque in pericolo! Acaz invece di chiedere aiuto a Dio, fa immolare agli idoli suo figlio (2Re 16,3) e cerca alleanze in Assiria.

Inizia qui il testo liturgico, nel quale si narra il secondo intervento di Isaia che propone ad Acaz di chiedere un segno, qualunque esso sia “dal profondo degli ìnferi oppure dall’alto” che gli garantisca l'assistenza divina. Il re però si rifiuta, con la scusa che così facendo tenterebbe Dio, dimostrando un’apparente religiosità, in realtà egli ha già deciso di chiedere l'aiuto dell'Assiria (v. 2Re 16,7-9), venendo meno così al rapporto di alleanza che lo lega al Signore.

Il profeta allora rimprovera Acaz per la sua infedeltà e ostinazione “e gli propone egli stesso un segno: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” La bontà di Dio supera l’ipocrisia di Acaz e il segno è ugualmente donato sotto forma di questo oracolo-annunzio per la nascita di un eroe-salvatore.

Gli ascoltatori di Isaia di allora hanno cercato di identificare questo segno secondo le loro speranze umane: la dinastia davidica, luogo della presenza viva e storica di Dio, continuerà con la nascita di un nuovo re, il giusto, saggio e buon re Ezechia, figlio di Acaz (2 Cronache 29:1-34) che cercò di realizzare in modo più concreto la presenza dell’Emmanuele, cioè del Dio compagno di viaggio del suo popolo.

Ma il segno ha un’altra, più esaltante dimensione, quando si apre alla visione cristiana, e questo oracolo viene accostato al Vangelo di Matteo con il sogno di Giuseppe, che la liturgia di questa domenica ci presenta. E’ così che dietro il volto del re Ezechia, probabilmente pensato da Isaia, emerge la figura del Cristo Salvatore, presenza perfetta di Dio nella carne e nel tempo dell’uomo.

A differenza di Acaz, che ha rifiutato il segno di Dio, Giuseppe, accogliendo l’annunzio dell’angelo, attraverso la sua paternità legale, introduce Gesù nella stirpe di Davide, in sintonia con la profezia di Isaia, diventando così intimo collaboratore di Dio nel grande progetto dell’incarnazione.

Salmo 23/24

Del Signore è la terra e quanto contiene,

il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l'ha fondata sui mari,

e sui fiumi l'ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?

Chi potrà stare nel suo luogo santo?

Chi ha mani innocenti e cuore puro,

chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,

giustizia da Dio sua salvezza.

Ecco la generazione che lo cerca,

che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Il salmo presenta il momento in cui Israele ritorna dell’esilio. Ora è consapevole, dopo la distruzione di Gerusalemme e del tempio, che per salire al tempio e per abitare alla sua ombra bisogna essere puri di cuore; il tempio non salva nessuno se non c’è la fedeltà alla legge.
Il Signore è di maestà infinita, e sua “è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti”.

Dalla considerazione della grandezza e potenza di Dio parte l’esame delle qualità di chi andrà ad abitare all’ombra del tempio del Signore.
Il tempio è stato distrutto e un coro dice alle porte di ristabilire se stesse. Esse sono state distrutte, ma sono pure “eterne” (traduzione letterale), e perciò saranno rifatte.
Dalle porte del tempio, comprese quelle dell’atrio degli olocausti, entrerà il re della gloria a prendere dimora con la sua gloria nel tempio, nel santo dei santi.
E’ il Signore potente in battaglia, che vince i suoi nemici. “Il Signore degli eserciti” è il Signore delle schiere dei valorosi nella fede.

Il “sensus plenior" del salmo è per salire il monte santo, cioè giungere alla mensa Eucaristica, salire in un cammino d’iniziazione, alla partecipazione piena all’altare, e dimorare nella fede e nell’amore nella casa del Signore richiede rettitudine di vita. Occorre cercare colui che già si è fatto trovare; cercarlo per più conoscerlo e amarlo, in un tendere all’infinito a lui.
E i cieli sono aperti. Le porte del cielo ostruitesi per il peccato dell’uomo ora si sono riaperte. I cori angeli hanno proclamato: “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria…”. Entri il “Signore valoroso in battaglia”, quella che ha condotto contro le tenebre lanciategli da Satana e i dolori della croce. “E’ il Signore degli eserciti il re della gloria”, il Signore delle schiere apostoliche della Chiesa, che porta la luce del vangelo ovunque.

Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio - che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dai morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l'obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome; e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo – a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Rm 1,1-7

In questo brano viene riportato il prescritto della lettera ai Romani, in cui Paolo si presenta e indicando chi sono i destinatari della sua lettera, porge loro i suoi saluti. Paolo si presenta subito come “servo di Cristo Gesù”, cioè una persona che gli appartiene e che gli è totalmente sottomessa.

In forza del carisma apostolico Paolo è “scelto per annunciare il vangelo di Dio”, cioè la buona notizia che Dio ha rivolto a tutta l’umanità. L’accenno al vangelo offre a Paolo l’occasione per spiegarne il significato e i contenuti. Anzitutto egli afferma che esso era già stato “promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture” e delinea poi i contenuti del vangelo che ha come tema centrale “il Figlio suo”. Nella seconda frase si afferma che lo stesso Figlio di Dio è stato “costituito Figlio di Dio con potenza”, cioè ha potuto esercitare in modo effettivo i suoi poteri, “secondo lo Spirito di santità”, ossia in forza di un dono speciale dello Spirito, nel quale si manifesta la potenza stessa e la santità di Dio. Ciò si è attuato in virtù della risurrezione dai morti.

Questa espressione può indicare, come altrove la risurrezione dai morti, oppure la risurrezione di Cristo in quanto modello e causa (1Cor 15,20 dove si parla di primizia) della risurrezione finale, con la quale giunge a compimento il piano salvifico di Dio.

Paolo conclude affermando che il Figlio di Dio di cui parla il vangelo è “Gesù Cristo nostro Signore”. Questo appellativo significa la piena partecipazione al potere stesso di Dio (V.Fil 2,6-11) e i due titoli sono uniti nell’espressione “Cristo è Signore”, che rappresenta la più incisiva professione di fede dei primi cristiani (V. Rm 10,9; 1Cor 12,3)

Il riferimento a “Gesù Cristo nostro Signore” offre a Paolo l’occasione per ritornare alla sua autopresentazione. Sottolinea infatti che per mezzo di questo Signore che egli ha ricevuto “la grazia di essere apostolo”, cioè quel dono speciale che consiste nell’essere l’inviato (apostolo) di Dio; egli è incaricato di “suscitare l'obbedienza della fede in tutte le genti” e proprio a costoro Paolo è stato inviato come apostolo con il compito di annunziare il vangelo.

Con il termine “fede” l’apostolo indica la piena fiducia in Dio che nel corso della sua lettera presenterà come la via maestra attraverso cui ogni essere umano può ottenere la giustificazione. Il compito che gli è affidato ha come scopo finale la “gloria del suo nome” cioè il riconoscimento di Dio come unica fonte di salvezza per tutta l’umanità.

L’accenno a “tutte le genti” dà a Paolo lo spunto per rivolgere la sua attenzione ai destinatari. Anch’essi appartengono infatti a questa categoria, ma sono stati “chiamati da Gesù“, cioè hanno aderito a Lui e al Suo messaggio.

A questo punto Paolo nomina espressamente i destinatari della lettera, “tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata” . Con queste due espressioni egli li designa come coloro che sono chiamati da Dio a formare il nuovo Israele, il popolo che Dio ha amato in modo speciale e che, in forza dell’alleanza, è diventato partecipe della sua stessa santità (Es 19,6). L’appellativo di “santi”, prerogativa speciale dei cristiani di Gerusalemme (V . At 9,13) è estesa anche a “tutti” i membri della comunità di Roma, che condividono la loro stessa vocazione.

A questi santi Paolo augura grazia ..e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo. In questa espressione egli unisce la formula greca di saluto (chaire) con quella ebraica (shalôm, eirênê), trasformandole però nell’augurio dei doni messianici (la grazia e la pace), già annunziati dai profeti ed espressi nella benedizione sacerdotale dell’AT (Nm 6,24-27). È sullo sfondo di questa stima che Paolo affronterà alla fine della lettera i loro problemi per aiutarli ad entrare in un’ottica evangelizzatrice e per essere aiutato da loro nel suo prossimo viaggio in Spagna. Tutta la lettera rappresenta così un contributo alla crescita nella fede di questi fratelli amati, anche se per lui ancora così lontani.

Dal vangelo secondo Matteo

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo: ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

"Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio, a lui sarà dato il nome di Emmanuele ",

che significa "Dio con noi". Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Mt 1, 18-24

L’evangelista Matteo presenta il racconto dell’infanzia di Gesù in quattro brani: la genealogia di Gesù (1,1-17), l’annunzio a Giuseppe (1,18-25); la visita dei magi (2,1-12), la fuga in Egitto (2,13-23.

Matteo comincia il suo racconto mettendo in luce un fatto imbarazzante: Maria, promessa sposa di Giuseppe, è incinta per opera dello Spirito Santo . Secondo i costumi dell’epoca, il matrimonio avveniva in due tempi. Dopo l’impegno scambievole che legava gli sposi legalmente, la sposa restava sotto il tetto paterno per circa un anno, fino al giorno in cui lo sposo la portava a casa sua per iniziare la vita comune. Durante l’anno in cui la sposa restava ancora sotto la tutela del padre, non erano, in genere, ammessi i rapporti sessuali, almeno in Galilea. E’ da tener presente che le ragazze si sposavano o piuttosto venivano promesse in matrimonio tra i 12 e i 15 anni e che i ragazzi non erano molto più anziani. Giuseppe doveva essere anche lui poco più che un ragazzo.

Il fatto che Maria, mentre stava ancora nella casa paterna, si trovasse incinta risultava quindi strano e Matteo esclude subito la paternità di Giuseppe attribuendo la gravidanza di Maria a un intervento speciale dello Spirito santo. Definisce Giuseppe “uomo giusto” e vediamo subito che la giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede e l’amore" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio, ma di sua iniziativa Giuseppe però non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata.

La crisi di Giuseppe in un certo senso ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria che era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe dunque è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria, che ha però potuto chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.

La difficoltà in cui si trovava Giuseppe poteva essere risolta solo da Dio, che in sogno gli manda un angelo che gli dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo: ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. L’assegnazione del nome appare spesso nei racconti di annunciazione. Anche il nome di Gesù è rivelato direttamente da Dio in quanto rivela un aspetto determinante della persona che lo porta. Il nome di Gesù (in ebraico Jehoshûa “Jahve salva”) contiene già nel significato stesso del nome la promessa di salvezza e viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati.

Dopo l’annuncio divino, Matteo fa osservare che tutto ciò è avvenuto perché “si compisse” un’importante profezia messianica: "Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio, a lui sarà dato il nome di Emmanuele ", che significa "Dio con noi".

Dando la traduzione del nome Emmanuele, “Dio con noi”, l’evangelista vuole sottolineare l’importanza di questo appellativo che egli richiama alla fine del vangelo quando riferisce che Gesù, prima di lasciare per l’ultima volta i suoi discepoli, ha detto loro: io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (V 28,20). Tutto il vangelo appare così come la manifestazione in Cristo del Dio-con-noi.

Matteo conclude il racconto osservando che Giuseppe, destatosi dal sonno, “fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”.

Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura, ed è importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio. Giuseppe, uomo giusto, destandosi dal sonno agisce e la sua azione testimonia la sua obbedienza.

In questa quarta domenica di Avvento, il Vangelo ci racconta i fatti che precedettero la nascita di Gesù, e l’evangelista Matteo li presenta dal punto di vista di san Giuseppe, il promesso sposo della Vergine Maria.

Giuseppe e Maria vivevano a Nazareth; non abitavano ancora insieme, perché il matrimonio non era ancora compiuto. In quel frattempo, Maria, dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo, divenne incinta per opera dello Spirito Santo. Quando Giuseppe si accorge di questo fatto, ne rimane sconcertato. Il Vangelo non spiega quali fossero i suoi pensieri, ma ci dice l’essenziale: egli cerca di fare la volontà di Dio ed è pronto alla rinuncia più radicale. Invece di difendersi e di far valere i propri diritti, Giuseppe sceglie una soluzione che per lui rappresenta un enorme sacrificio. E il Vangelo dice: «Poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (1,19).

Questa breve frase riassume un vero e proprio dramma interiore, se pensiamo all’amore che Giuseppe aveva per Maria! Ma anche in una tale circostanza, Giuseppe intende fare la volontà di Dio e decide, sicuramente con gran dolore, di congedare Maria in segreto. Bisogna meditare su queste parole, per capire quale sia stata la prova che Giuseppe ha dovuto sostenere nei giorni che hanno preceduto la nascita di Gesù. Una prova simile a quella del sacrificio di Abramo, quando Dio gli chiese il figlio Isacco (cfr Gen 22): rinunciare alla cosa più preziosa, alla persona più amata.

Ma, come nel caso di Abramo, il Signore interviene: ha trovato la fede che cercava e apre una via diversa, una via di amore e di felicità: «Giuseppe – gli dice – non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20).

Questo Vangelo ci mostra tutta la grandezza d’animo di san Giuseppe. Egli stava seguendo un buon progetto di vita, ma Dio riservava per lui un altro disegno, una missione più grande. Giuseppe era un uomo che dava sempre ascolto alla voce di Dio, profondamente sensibile al suo segreto volere, un uomo attento ai messaggi che gli giungevano dal profondo del cuore e dall’alto. Non si è ostinato a perseguire quel suo progetto di vita, non ha permesso che il rancore gli avvelenasse l’animo, ma è stato pronto a mettersi a disposizione della novità che, in modo sconcertante, gli veniva presentata. E’ così, era un uomo buono. Non odiava, e non ha permesso che il rancore gli avvelenasse l’animo.

Ma quante volte a noi l’odio, l’antipatia pure, il rancore ci avvelenano l’anima! E questo fa male. Non permetterlo mai: lui è un esempio di questo. E così, Giuseppe è diventato ancora più libero e grande. Accettandosi secondo il disegno del Signore, Giuseppe trova pienamente se stesso, al di là di sé. Questa sua libertà di rinunciare a ciò che è suo, al possesso sulla propria esistenza, e questa sua piena disponibilità interiore alla volontà di Dio, ci interpellano e ci mostrano la via.

Ci disponiamo allora a celebrare il Natale contemplando Maria e Giuseppe: Maria, la donna piena di grazia che ha avuto il coraggio di affidarsi totalmente alla Parola di Dio; Giuseppe, l’uomo fedele e giusto che ha preferito credere al Signore invece di ascoltare le voci del dubbio e dell’orgoglio umano. Con loro, camminiamo insieme verso Betlemme.

Papa Francesco

Parte dell’Angelus del 22 dicembre 2013

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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